La violenza sulle donne ed il coraggio della denuncia, questi i temi roventi dell’incontro tenutosi, sabato 23 marzo, presso il Cilindro nero di San Giorgio del Sannio.

Artefice dell’iniziativa il Centro antiviolenza “DILLO A NOI” di San Giorgio del Sannio. Presenti all’evento Mario Pepe, Sindaco di San Giorgio, Alessia Accettola, Assessore al Bilancio, Programmazione, Politiche per la cooperazione, Politiche Socio Sanitarie, Antonella Donatiello, Coordinatrice psicologa del Centro antiviolenza “DILLO A NOI”, Michela Montella, Legale del centro antiviolenza “DILLO A NOI” e, ospite speciale, Filomena Lamberti, vittima di violenza.

L’incontro è stato occasione per la presentazione del libro di Filomena Lamberti “UN’ALTRA VITA”, documento del coraggio della testimonianza da parte di una donna che per lungo tempo ha pensato che il silenzio fosse l’unica scelta possibile della sua vita, ma che, grazie all’amore dei suoi figli ha riconosciuto essere la scelta sbagliata, una scelta che uccide la dignità e l’essenza stessa del suo essere donna e persona e che dunque è stata abbandonata a favore di una coraggiosa e necessaria testimonianza.
Il Sindaco ha tenuto a ricordare che il tema della violenza sulle donne è non solo necessario, ma obbligatorio per una comunità che vuole definirsi civile, per questo ha tenuto a ringraziare quanti lo valorizzano, come il Centro antiviolenza “DILLO A NOI” di San Giorgio, non per una semplice “narrazione” di eventi crudeli e barbari, ma per suggellare il principio secondo il quale un’offesa alle donne è un’offesa alla comunità tutta. Ha inoltre suggerito che tale tema entri anche nelle scuole come viatico alla costruzione dei cittadini di domani, consapevoli e rispettosi di diritti e doveri, della necessità del rispetto e dell’attenzione verso tutti, specie delle donne.
Dopo i saluti e i ringraziamenti della moderatrice, Michela Montella, a cui sono seguiti quelli dell’Assessore Accettola che ha tenuto a ricordare che sono ancora poche le donne che trovano il coraggio di denunciare le violenze di cui sono vittime e che comunque, al momento, sono già 24 le donne che si sono rivolte al centro, la parola è passata a Filomena Lamberti.

La Lamberti ha esordito affermando, con fermezza, che è necessario abbandonare per sempre quegli schemi del passato che volevano il silenzio delle donne e che per questo, dopo 30 anni, ha deciso di raccontare la sua storia attraverso un libro, uno strumento che possa diventare un’àncora per tutte le donne oggetto di violenza, un momento da cui ripartire per ritrovare il coraggio perduto o soffocato in nome della tradizione, della paura della gente o del bisogno economico.
Spesso, ha sottolineato, si vive nella violenza perché non c’è la l’indipendenza economica, l’aguzzino sa essere dolce per controllare i tuoi movimenti e imporre le sue scelte, ti condiziona e ti controlla perché convinto che tu sia una sua proprietà, un oggetto da usare a proprio piacimento, un condizionamento che diventa sempre più forte se ci sono dei figli di cui ti devi preoccupare ed a cui devi assicurare tutto ciò di cui hanno bisogno.
La vita quotidiana si trasforma così, lentamente, ma inesorabilmente, in una “gabbia” da cui non puoi più uscire, l’amore in cui hai creduto, diventa atto di proprietà del tuo aguzzino e, come ogni proprietà, si gestisce come si vuole arrivando alla convinzione che tutto è legittimo e giusto.

Le intimidazioni psicologiche e fisiche diventano così pratica quotidiana che non puoi neppure raccontare perché intorno a te, in modo sempre più deciso, non c’è più nessuno ad ascoltare, gli amici ed i parenti sono stati allontanati o sono perduti, come è accaduto a lei quando ha perso il suo unico difensore, suo padre, la solitudine e la violenza diventano così gli unici terribili amici che ti accompagnano giorno per giorno, nel silenzio sordo di un presente drammatico e spietato.
Poi una finestra che si apre, ella racconta di quando suo figlio le ha insegnato ad usare un computer e, per la prima volta, ha ritrovato il mondo fuori dal suo incubo attraverso i social network, le voci di persone che credeva sparite, le parole di un mondo che gli era stato negato per anni, i pensieri di altri esseri che hanno cominciato a riempire la sua vita di solitudine e segregazione sociale e umana.
Una finestra che però ha fatto paura al suo aguzzino, che andava chiusa per sempre perché ritenuta la via per avvicinare altri uomini o per trovare un sicario che lo eliminasse. Una luce che spaventava chi aveva deciso che il suo mondo dovesse essere, per sempre, al buio, una speranza a cui però ella, ha affermato, non voleva rinunciare e, per la prima volta, ha detto NO, subito dopo la decisione di separarsi e andare via.
Arriva allora la punizione alla ribellione, una bottiglia di acido versata sul viso e sul corpo, l’ultimo estremo tentativo di ‘marchiare’ la bestia di sua proprietà, di far tacere un essere pensante che pretendeva di pensare.
«Sono stato io a ridurre mia moglie così e lo rifarei», queste le parole dell’uomo, del compagno di Filomena ai magistrati, un gesto punito con soli 15 mesi di pena rispetto ai 18 chiesti dalla magistratura, troppo pochi per chi ha catalogato la moglie come “prostituta” che meritava la punizione, una “colpevole” che, durante il processo, ancora giaceva in un letto di ospedale senza essere ascoltata e senza essere difesa come giustizia vorrebbe.
Poi, usciti dalla violenza, racconta la Lamberti, l’unico pensiero è dimenticare, nonostante i 25 interventi per la ricostruzione parziale del viso e del corpo. Si scopre poi l’esistenza di un Centro antiviolenza nella sua città, si cerca e si trova il coraggio necessario per raccontare, lentamente, ci si avvia a riconquistare la propria dignità di donna e di persona. Ancora fa male, ha ricordato, l’indifferenza del vicinato che, pur udendo le sue urla disperate, non è mai intervenuto in suo soccorso, ma anche la superficialità di una giustizia che non ha saputo o non ha voluto tenere conto dei tanti codici penali cui appellarsi per tutelarla adeguatamente.
L’uccisione delle donne, la mattanza giornaliera cui assistiamo, spesso nell’indifferenza, è inaccettabile, ha dichiarato, nessuna donna deve morire o soffrire, neppure una prostituta può essere vittima di violenza perché è donna, qualunque attività faccia per sopravvivere.
Grazie all’associazione “spazio donna , ha ricordato, ella ha trovato il coraggio di raccontare e denunciare un modello sociale che disumanizza e violenta tutta la collettività, perché se c’è il silenzio c’è la morte della stessa collettività.
In chiusura la Donatiello ha ricordato come animatrice di “Spazio donne” che ella, e quanti attorno a lei, continueranno a lavorare a tutto tondo per aiutare le donne a trovare il coraggio di spezzare la catena del silenzio.