Insegnanti che finiscono nel mirino di gang di mini bulli: da qualche settimana non si fa che parlare d’altro. Dopo il caso gravissimo della professoressa di Caserta, sfregiata dal suo alunno solo perché voleva interrogarlo, quello di Foggia, dove un papà ha preso a calci un vicepreside colpevole di aver rimproverato il figlio all’uscita da scuola, adesso è il turno di Piacenza, dove una professoressa è stata colpita ripetutamente a un braccio da uno studente di prima media. Tre storie diverse in tre città diverse, ma accomunate dalla medesima immotivata e cieca violenza.

I fattacci di Caserta, Foggia e Piacenza non sono, purtroppo casi isolati, ma sono solo la punta dell’iceberg di una vera e propria emergenza educativa. Perché se un ragazzo entra nella scuola armato di un coltello, allora vuol dire che è il sistema-scuola ad aver fallito e che il rischio che si passi ad un’arma da fuoco è più concreto di quello che si pensi. Eppure quello che succede oltre oceano dovrebbe esserci di insegnamento. Tante, o meglio troppe, infatti, sono le stragi che avvengono tra i banchi delle scuole americane, dove ragazzini armati aprono il fuoco sui loro coetanei.

La violenza sta uccidendo la scuola e gli insegnanti sono continuamente posti sotto una costante spirale di pericolo, impotenti e senza alcuna tutela da parte dello Stato. I docenti sono soggetti a qualsiasi tipo di angheria e di accusa da parte di genitori iperprotettivi, pronti a puntare il dito su chiunque osi contrariare la volontà della propria prole. È pur vero che la cronaca ha mostrato anche l’altra faccia della medaglia, fatta di insegnanti che abusano del proprio ruolo per commettere atti di violenza, psichica o sessuale che sia, nei confronti dei propri alunni. Ma si può giustificare la violenza con altrettanta violenza?

C’è chi propone come soluzione una militarizzazione delle scuole, con pattuglie e agenti messi all’ingresso con il compito di verificare che gli alunni non portino armi nelle scuole. Ma se questo può essere, da un alto, un deterrente, dall’altro non risolve di certo il problema. La verità è un’altra: quella a cui stiamo assistendo adesso è una vera e propria crisi della famiglia, come istituzione, che si riflette inevitabilmente sulla scuola. Non c’è dialogo tra genitori e figli: non si mangia più insieme, allo stesso tavolo, e se lo si fa ognuno è intento a guardare lo smartphone o la tv; ognuno ha un suo spazio privato, inviolabile. I genitori non sanno quando i figli escono o quando rientrano, che tipo di persone frequentano, dove e come trascorrono il loro tempo. In casa non si danno più scappellotti, perché ritenuti diseducativi. Allo stesso tempo, la scuola, si sente sola e abbandonata, incapace di arginare un fenomeno che sta assumendo posizioni veramente preoccupanti. Non si può delegare tutto alla figura del docente la cui responsabilità sugli alunni oggi pesa come un macigno.

Un tempo si educava a suon di “mazze e panelle fanno ‘e figlie belle, panelle senza mazze fanno ‘e figlie pazze” (detto popolare quanto mai azzeccato!): siamo certi che le generazioni cresciute in queste modo, siano venute fuori davvero così male?