Argomento scottante quello delle “verità” che circolano in rete o sui media, sollevato qualche giorno fa dal Presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato la cosiddetta Antitrust, Giovanni Pitruzzella che, in un’intervista al  Financial Times, ha affermato che è necessario controllare le false notizie diffuse via web, quelle che alimentano  quella “post-verità”, motore del populismo e minaccia per le nostre democrazie” e dunque la necessaria introduzione di “ organismi” che “rimuovano dalla rete” le false notizie e che “impongano sanzioni”.

Immediata la reazione del capo politico del M5s Beppe Grillo, personaggio simbolo della comunicazione via internet, che, attaccando le posizioni di quanti condividono le affermazioni di Pitruzzella, difende il peso che le “post-verità” hanno all’interno di un sistema che, a suo dire, nasconde il vero e che vuole “l’inquisizione” per zittire le verità “scomode” che circolano liberamente sul web.

bufale

Fermo restando che la libertà di parola è da ritenersi sacrosanta, l’articolo 21 della nostra  Costituzione ne tutela il libero esercizio, rimane a molti il dubbio che troppo spesso la libertà della rete si trasformi in un Far West nel quale ognuno dice ciò che vuole anche ricorrendo all’offesa o alla minaccia e lasciando, chi ne è vittima, indifeso e senza adeguati strumenti per difendersi da essi.

La diffusione di internet ha determinato sicuramente grandi vantaggi, come l’accesso veloce a notizie da tutto il pianeta, tradizioni, usi e costumi di popoli, la possibilità di comunicare in modo immediato, di leggere o ascoltare libri ,riviste, giornali, ottimizzare il proprio lavoro avere dati reperibili in ogni momento, ma ha creato anche l’abitudine a prendere per vera ogni informazione senza poterne accertare la fonte, ad “ascoltare” parole in libertà messe in rete ricorrendo all’anonimato, a credere a tutto ciò che si trova in rete, spesso anche ad improbabili cure mediche, come se fosse verità e dunque, inevitabilmente, ad essere raggirati o peggio condizionati dalla rete stessa.

Umberto Eco, dopo aver ricevuto all’Università di Torino la laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei media”, ebbe ad affermare: “Internet? Ha dato diritto di parola agli imbecilli: prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”. Per Eco il web sarebbe un vero e proprio “dramma” perché promuoverebbe “lo scemo del villaggio a detentore della verità”.

Senza voler condividere in pieno le parole di Eco, è impossibile negare che internet abbia fortemente condizionato le nostre abitudini, in molti casi si è trasformato in una droga con sintomi di dipendenza, spesso il bisogno di connettersi è diventato spasmodico, ogni forma di relazione sociale o affettiva è stata sostituita dal ricorso ai social e dunque alla rete, il tutto con complicazioni nei rapporti interpersonali che, inevitabilmente, hanno perduto lo spirito del rapporto diretto per trasformarsi in uno virtuale.

In questo modello relazionale, accanto alle conoscenze e alle verità vicine e lontane, le “bufale” dunque hanno largo spazio, favorite dal gioco dell’immediatezza dei rapporti, dall’uso di un linguaggio accattivante ed immediato, dalla sicurezza innescata dal padroneggiare il mezzo di informazione con relativo innalzamento della propria autostima e dall’impressione di avere tutto sotto controllo. Con questo sistema ognuno sceglie la verità che più gli si confà, gli dà credito e la identifica come la propria voce, il tutto ovviamente senza particolari esercizi di accertamento della verità o autonoma critica, quella verità è là già confezionata!

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In questo quadro è quasi inevitabile associare l’uso del web alla pratica del populismo politico, in questa pratica i social network si avvantaggiano dell’anonimato, con la possibilità di raggiungere velocemente un vastissimo numero di persone, con l’uso della pratica delle “cascate” informative (quando le bufale diventano virali), tutte pratiche che, nate come strumenti di rottura con il sistema e i mezzi classici di informazione, vengono oggi ormai usate dai movimenti politici per condizionare e convogliare i singoli verso le proprie posizioni ideologiche.

Oggi nel web si compra, si gioca, ci si informa, si ricerca un aiuto, si studia, si lavora e si instaurano relazioni, ma ci si mette anche in mostra con foto, messaggi, ambienti che una volta erano privati e che oggi appartengono a tutti, anche a quelli a cui mai avremmo permesso di entrare nelle nostre vite.

Sappiamo allora quale è davvero la verità? O siamo piuttosto alla mercè di tante verità che non sempre ci appartengono? I media sono sullo stesso piano del web? Noi pensiamo che essi, al contrario della rete, abbiano invece il merito di essere fonti sempre identificabili  e rintracciabili e perciò meno manovrabili, sia  in senso populistico che come architetti di false verità.

Forse dovremmo tornare a riflettere senza condizionamenti e, nel rispetto della libertà di parola, sacrosanta in ogni democrazia, imparare a chiederci da chi provenga quella informazione, “cui prodest”? cioè a chi giova quella “verità” e poi, con spirito critico, scegliere se considerarla affidabile oppure no, analizzare e decidere se l’oracolo di turno è attendibile oppure sta solo cercando di manovrarci a suo vantaggio e ricorrere alla rete solo nella misura in cui il buon senso ci guida e la logica  pretende di identificarne la fonte.