Oggi è il ventisettesimo anniversario dell’omicidio del giudice Rosario Livatino, una delle tante vittime della mafia siciliana, morto in giovane età e tristemente soprannominato “il giudice ragazzino”, dal titolo del noto film di Alessandro di Robilant, tratto dall’omonimo libro di Nando Dalla Chiesa, il quale aveva preso (per così dire) “spunto” dallo sfogo dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Vogliamo ancora ricordare un uomo che si è battuto fino in fondo contro la mafia, in un’epoca nella quale ancora la Magistratura poteva dire di combattere la mafia, ma a caro prezzo, purtroppo. L’augurio è che l’operato del giudice ragazzino possa essere d’esempio per una società che si sta sempre più adeguando al crimine e alla delinquenza dilagante, specialmente quella organizzata.

Rosario Livatino, nato a Canicattì, in provincia di Agrigento il 3 ottobre del 1952, era figlio dell’avvocato Vincenzo e della signora Rosalia Corbo. Conseguita la maturità presso il liceo classico Ugo Foscolo, nel 1971 s’iscrisse alla facoltà di giurisprudenza di Palermo nella quale si laureò nel 1975 cum laude. Tra il 1977 ed il 1978 prestò servizio come vicedirettore in prova presso l’Ufficio del Registro di Agrigento. Sempre nel 1978, dopo essersi classificato tra i primi in graduatoria nel concorso per uditore giudiziario, entrò in magistratura presso il Tribunale di Caltanissetta.

Nel 1979 diventò sostituto procuratore presso il tribunale di Agrigento e ricoprì la carica fino al 1989, quando assunse il ruolo di giudice a latere.

Venne ucciso il 21 settembre del 1990 sulla strada statale  640 mentre si recava, senza scorta, in tribunale, per mano di quattro sicari assoldati dalla ‘Stidda’ agrigentina, organizzazione mafiosa in contrasto con Cosa Nostra. Del delitto fu testimone oculare Pietro Nava, sulla base delle cui dichiarazioni furono individuati gli esecutori dell’omicidio.

Nella sua attività si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la Tangentopoli Siciliana ed aveva messo a segno numerosi colpi nei confronti della mafia, attraverso lo strumento della confisca dei beni. Non molti giorni dopo la scoperta di legami mafia-massoneria, l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo definì sprezzantemente “Il giudice ragazzino”, e dopo la morte del magistrato il noto settimanale l’Espresso sviscerò molti retroscena della faccenda.

Papa Giovanni Paolo II definì Rosario Livatino “martire della giustizia ed indirettamente della fede”.

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