Sono passati già ventisette anni da quando il procuratore aggiunto Polo Borsellino e cinque agenti di scorta furono trucidati in via D’Amelio a Palermo. Oggi si ricorda quel tragico evento del paese, per la prima volta, senza la presenza di Rita, sorella del giudice assassinato, donna impegnata nella società civile e soprattutto nel campo dell’educazione alla legalità, non solo per tenere vivo il ricordo del fratello, ma soprattutto per educare i giovani all’importanza dei diritti e della democrazia, che non può esistere senza legalità.

Dopo tanti anni poche sono le verità emerse, all’epoca della sua uccisione Borsellino indagava, continuando il lavoro dell’amico magistrato Giovanni Falcone, ucciso 57 giorni prima a Capaci, sugli intricati rapporti tra mafia, mondo politico e mondo finanziario. Ormai era chiaro ai magistrati palermitani che Cosa Nostra aveva bisogno, per le sue attività, oltre che di referenti politici, anche di esperti della finanza, il tutto per assicurare il buon andamento dei loro affari e ripulire le somme incassate dai traffici illeciti.

Nel 1993 la procura di Caltanissetta incominciò ad indagare in merito ai mandanti esterni della strage di via D’Amelio, soprattutto nel mondo della politica. In merito a tali indagini furono iscritti nel registro degli indagati anche Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, ma l’indagine nei loro confronti ben presto si bloccò.  Il sospetto  nei confronti dei due politici nasceva da una telefonata, menzionata da Borsellino, nella quale Dell’Utri , parlando con Vittorio Mangano, stalliere di Berlusconi, parlava di cavalli da portare in un hotel; secondo il magistrato siciliano il messaggio si riferiva ad una consegna di droga.

Nonostante le indagini, non è stato possibile appurare le responsabilità della politica, sono stati individuati come colpevoli dell’eccidio solo gli esecutori materiali, cioè la manovalanza, vennero però individuati come mandanti mafiosi i componenti della commissione di Cosa Nostra, tra cui Bernardo Provenzano, Totò Riina, Filippo Graviano e Pietro Aglieri.

Terribili i giorni della strage, non solo a Palermo, ma in tutta Italia, un clima di sospetto e sfiducia nello Stato si respirava nel paese, la sensazione concreta era che fosse in atto una guerra tra mafia e magistratura palermitana e, in tutto questo, era sempre meno comprensibile da che parte fosse lo Stato.

Nelle ultime conversazioni di Borsellino il magistrato aveva fatto molti riferimenti a responsabilità molto in alto nel paese e allora cosa voleva fare intendere con le sue ultime interviste Paolo Borsellino? Perché i tanti depistaggi dopo la strage? Che fine ha fatto la famosa agenda rossa? Questi sono soltanto alcuni degli interrogativi che circondano la strage.

La rabbia espressa dalla folla contro i membri delle istituzioni ai funerali degli agenti della scorta prima e a quello di Borsellino poi, era un chiaro segnale del clima di tensione che serpeggiava all’epoca. Non era facile dimenticare i tanti membri dello Stato assassinati dalla mafia in quegli anni, personaggi come Boris Giuliano, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Ninni Cassarà, Rocco Chinnici, Antonino Saetta, Giovanni Falcone e, per ultimo, Paolo Borsellino.

Misteriosa la scomparsa, nel luogo dell’attentato, dell’agenda rossa, una sorta di diario personale  nella quale Borsellino annotava i suoi pensieri, le sue scelte, i suoi sospetti e tale sparizione alimenta ancora di più i misteri relativi alla vicenda.

Per non parlare poi dei falsi pentiti che si sono proposti nell’indagine, come quello di Vincenzo Scarantino che si accusò di aver partecipato alla strage tirando in ballo anche altre persone che poi, soltanto dopo molti anni, alla fine vennero scagionate, una versione però alla quale credette l’ex capo della squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, su cui gravano molti sospetti, poi smontata nel 2008 dall’altro pentito Gaspare Spatuzza,  i depistaggi e i sabotaggi intorno alla vicenda che hanno fatto concretamente pensare alla presenza di una regia occulta, non solo di stampo mafioso, che ha impedito di fare piena luce sulla strage.

Emblematico l’audio di Borsellino in Commissione antimafia, era l’8 maggio 1984, nel quale si sente il magistrato lamentare la mancanza di una vera protezione nei suoi confronti, egli affermò infatti: “Che senso ha essere accompagnato la mattina per poi essere libero di essere ucciso la sera?“. Il magistrato lamentava di avere la scorta solo la mattina, per mancanza di autisti giudiziari; lamentava anche la mancanza di segretari e dattilografi “Ne abbiamo bisogno per tutto l’arco della giornata”, spiegava.

Borsellino sapeva bene, come affermò nell’intervista rilasciata a Lamberto Sposini per commentare l’omicidio di Falcone, che “Siamo cadaveri che camminano”. In realtà Borsellino era già morto il 23 maggio a Capaci, quando alle 17,58 l’autostrada si era aperta a il suo amico Giovanni Falcone se n’era andato e i 56 giorni tra l’attentato di capaci e quello di via D’Amelio furono caratterizzati  da un isolamento crescente, talmente tangibile che Borsellino disse alla moglie: “Non sarà la mafia ad uccidermi, ma altri”.

Il 19 luglio del 1992 vennero dunque uccisi  dalla mafia il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque agenti di polizia di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, una strage che colpisce la mente e il cuore di chi crede nella giustizia e nella verità, una strage che appare ancora oggi inspiegata e questo è ancora più tragico e amaro perché la vicenda sembra figlia di macchinazioni da parte di chi crede nel potere politico ed economico personale in spregio del diritto e della democrazia.