E’ l’ennesimo episodio di ‘femminicidio,’ consumatosi alla periferia di Roma nella notte tra sabato e domenica scorsa, quello che ha registrato la morte efferata di una ragazza di 22 anni, arsa viva per mano del suo ex fidanzato il quale premeditatamente l’ha bloccata, ha cosparso di alcool la giovane e la sua auto e poi si è allontanato, per giunta tornando al lavoro!

A seguito del ritrovamento del corpo semi carbonizzato della sventurata, è subito scattato il fermo e poi l’arresto del suo ex che, dopo ore di interrogatorio, ha ammesso il turpe omicidio. Perché l’ha fatto? Semplicemente perché lei “lo aveva lasciato”.

“In 25 anni di questo lavoro non ho mai visto un delitto così atroce”, ha detto il capo della squadra mobile di Roma Luigi Silipo, aggiungendo poi un altro particolare agghiacciante, : “La ragazza prima di essere raggiunta dal suo assassino ha provato a chiedere aiuto agli automobilisti in transito, ma nessuno si è fermato. Se qualcuno si fosse fermato, forse Sara sarebbe ancora viva”.

Purtroppo i fenomeni di violenza sulle donne sono ormai diventati quasi quotidiani e perpetrati in tutto il mondo, espressioni di una cultura che, nonostante decenni di lotte femministe, emancipazione, liberazione, pari dignità e pari opportunità, continua a considerare la donna una proprietà privata del maschio.

Troppo semplice archiviare queste storie come ‘delitti passionali’, quasi una giustificazione di una incomprensibile prevaricazione, più correttamente essi rappresentano la forma conclamata del fallimento personale di tanti uomini che, vittime della paura della solitudine, dell’incoerenza culturale di cui sono figli, della mancata accettazione di un rifiuto nei loro confronti, della scarsa autostima e di una dipendenza affettiva che non accetta opposizioni, ridefiniscono la loro realtà cancellando definitivamente l’oggetto della disubbidienza, quella donna che, fino ad allora hanno dichiarato di amare e che poi, inaspettatamente e contro ogni logica,  rivendica la propria libertà anche di respingere.

Il ‘male di vivere’ di costoro è autoalimentante, il rifiuto della donna è solo un passaggio del processo di autoaffermazione di un presunto diritto sull’altro, amaro ed inaccettabile percorso già iniziato durante la convivenza, periodo in cui maltrattamenti e vessazioni sono spesso diventati pratica comune,  consuetudine che si prolunga, dopo la separazione, attraverso continui messaggi ingiuriosi, richieste assillanti ed ossessive ad ogni ora del giorno e della notte, appostamenti e persecuzioni con improvvise incursioni negli spazi privati delle vittime. Questo atteggiamento persecutorio ha prodotto nel nostro Paese, nel 2009 , la legge che regolamenta il reato di stalking.

L’epilogo di tali atteggiamenti è perciò spesso l’uccisione della ex compagna; mascherato da delitto passionale, esso è in verità il sintomo del declino dell’impero patriarcale e la violenza non è sintomo di pazzia o il gesto di un mostro o di un malato, ma l’espressione di una mancata accettazione dell’autonomia femminile, a prescindere dal contesto sociale, etnico, culturale ed etico nel quale l’atto violento viene consumato.

Spesso i mass media propongono gli atti di femminicidio come l’esasperazione patologica di un sentimento capace di superare i confini della razionalità per poi dilagare nel luogo oscuro e primitivo della bestialità, ma in atti come quello di Roma di queste ultime ore, più che di sentimento sarebbe più giusto parlare di volontà di sopraffazione violenta, con l’unico scopo di riaffermare un insensato diritto di proprietà che umilia e  sconfigge  soprattutto chi lo mette in pratica e deride o addirittura ridicolizza ogni forma di amore.

Il termine ‘passionale’ deriva dal termine greco “pathos”, letteralmente sofferenza, espressione del  sentimento più profondo e pulsionale che sfugge al controllo della ragione e della volontà, ma quando questo pathos si trasforma da amore  in intolleranza verso un rifiuto, un abbandono o comunque un distacco, troppo spesso si trasforma in invidia e rancore dell’uomo nei confronti delle donne e della loro ‘oltraggiosa’ autonomia.

La consapevolezza di non essere più il punto di riferimento imprenscindibile della propria donna, il punto di riferimento di idee, pensieri, scelte, ma di essere diventato un ‘essere qualunque’ della sua vita, senza il quale la vita continua verso nuovi orizzonti nei quali non c’è più posto per lui, fa scattare una violenza che da silenziosa diventa deflagrante, subdola, diventa rabbia e voglia di vendetta ‘giusta e necessaria’.

Troppe le violenze verso le donne in nome di una supremazia culturale che non ha radici umane, troppe le donne umiliate ed oltraggiate fino alla morte a causa di un’invidia di autonomia letta come una minaccia ad un potere ancestrale, troppa la sopportazione di tante donne nei confronti di una tirannia inspiegabile ed irragionevole, inaccettabili le violenze inflitte ad individui che hanno l’unica colpa di essere diverse nel corpo e nella mente.

Quasi vittime dell’umiliazione del tradimento, della gelosia, dell’abbandono che ferisce l’orgoglio e l’egoismo maschile, tanti uomini esprimono il loro fallimento personale con forme moleste di rabbia e vendetta e là dove non c’è tutto questo, la presunta superiorità di genere manifesta la pretesa di possedere con la forza una donna, quasi oggetto ‘normale’ e ‘di diritto’ del proprio personale ed occasionale piacere. Veramente inaccettabili le continue violenze, di cui ci parla quotidianamente la cronaca, cui sono sottomesse tante donne in India, nell’indifferenza generale, oggetto spesso di un branco di uomini che nulla hanno di umano.

Il dominio ed il possesso della “propria” donna diventano dunque la legge di tanti uomini che non sanno amare, che credono di dover controllare un essere inferiore, che anziché proteggere, uccidono in nome di oscure ed ancestrali paure che li spingono ad utilizzare la morte come mezzo di controllo estremo.

Il femminicidio e’ dunque la punizione quotidiana per ogni donna che non accetta di ricoprire il proprio ruolo sociale, è il principale ostacolo alla autodeterminazione e al godimento dei diritti fondamentali di più di metà della popolazione mondiale e finchè le donne subiscono o  accettano di essere possesso di questi uomini, oggetti del loro potere, le cose sono chiare: c’è un padrone ed un oggetto e dunque il fallimento totale della convivenza umana.