Era il 9 novembre del 1989 quando un gruppo di berlinesi dell’Est si accostò al muro che divideva la città in due blocchi, tra timore ed incredulità, e aprirono i varchi che erano rimasti invalicabili per 28 anni. Da quel momento fu un altro mondo, decine, centinaia, migliaia di persone si riversarono presso quell’ostacolo che aveva diviso famiglie, affetti e amicizie per quasi tre decenni e cominciarono a scalarlo, a demolirlo, a sbeffeggiarlo, a oltraggiarlo con parole, canti, lacrime, sorrisi, rabbia, forza, impeto e urgenza.

Il muro era l’emblema di quella “guerra fredda” che aveva visto la Russia contrapporsi ai paesi dell’Occidente, una contrapposizione che divenne sempre più forte a causa della fuga di massa da parte dei cittadini della Berlino Est vero l’Ovest, un esodo che, agli occhi della Russia aveva il sapore di una sconfitta del suo sistema politico e dunque era inaccettabile.

Nelle prime ore del 13 agosto 1961 i cittadini berlinesi videro schierati centinaia di soldati russi lungo il confine della Berlino Est, nelle immediate ore successive, davanti agli occhi esterrefatti degli abitanti di tutte e due le parti, videro la costruzione di un muro insuperabile che avrebbe attraversato tutta la città, che avrebbe diviso le famiglie in due e tagliato la strada tra casa e posto di lavoro, scuola e università. Non solo a Berlino ma in tutta la Germania il confine tra est ed ovest diventò una trappola mortale.

Ai soldati della DDR fu dato l’ordine di sparare su tutti quelli che cercavano di attraversare quel confine, una zona che con gli anni fu attrezzata con dei macchinari sempre più terrificanti, con mine anti-uomo, filo spinato alimentato con corrente ad alta tensione e impianti che sparavano automaticamente contro tutto ciò che si muoveva in quella che fu definita “striscia della morte”.

Ricordiamo oggi, a trenta anni dalla sua caduta, la fine di una costruzione che, secondo Erich Honecker, secondo Segretario generale del Comitato Centrale del Partito di Unità Socialista della Germania Est dal 3 maggio 1971 al 18 ottobre 1989,  sarebbe stato ancora lì per i successivi cinquanta e forse cento anni.  La sua azzardata previsione però, fatta all’inizio del 1989, si è poi rivelata illusoria, nonostante Gorbaciov l’avesse saggiamente richiamato alla realtà affermando: “ chi arriva tardi viene punito dalla storia”.

Nonostante le lugubri speranze di Honecker, l’arrivo di Gorbaciov come leader dell’Unione Sovietica e la sua politica della “Perestroika”, cioè la radicale trasformazione della politica e della economia e con la “Glasnost“, che doveva portare alla trasparenza, accompagnato dalle difficoltà politiche ed economiche dei paesi dell’Est e della DDR in particolare, decretarono la caduta del muro di Berlino.

Storica la dichiarazione di Guenter Schabowski, colonnello della Stasi, che durante una conferenza stampa del 9 novembre, in seguito ad un malinteso, annunciò in una trasmissione in diretta, rispondendo alla domanda rivolta dal giornalista italiano Riccardo Ehrman (all’epoca inviato dell’ANSA), che tutte le norme per i viaggi all’estero erano state revocate con effetto immediato (“ab sofort”). Le sue parole furono: “Se sono stato correttamente informato quest’ordine entra in vigore immediatamente. Da subito”.

La caduta del muro era dunque ormai un fatto e provocò un effetto domino che, tra rivoluzioni di velluto e guerriglia urbana, portò alla fine dei regimi comunisti nei Paesi dell’Est.

In Polonia e in Ungheria, a fronte di forti richieste di riforma, la politica di Gorbaciov trovò appoggi anche tra i governanti del luogo, per questo motivo gli abitanti della DDR chiedevano le stesse riforme economiche e democratiche, ma i leader della Germania Est rifiutavano. La gente aveva imparato la rassegnazione, l’apparato statale sembrava indistruttibile, eppure pochi mesi più tardi tutto sarebbe cambiato. Ogni tentativo di lasciare la DDR in direzione ovest equivaleva ancora a un suicidio, ma nell’estate del ’89 la gente della DDR trovò un’altra via di fuga: erano le ambasciate della Germania Federale a Praga, Varsavia e Budapest, il territorio occidentale dove si poteva arrivare molto più facilmente!

In quei giorni ogni lunedì a Lipsia decine di migliaia di persone manifestavano contro il governo ed ogni lunedì le manifestazioni erano più affollate. Con la dichiarazione del 9 novembre da parte di  Schabowski che annunciò una riforma ampia della legge sui viaggi all’estero, la gente della DDR immediatamente interpretò la comunicazione come accettazione del fatto che il muro doveva sparire subito. Nell’incredibile confusione di quella notte, qualcuno, e ancora oggi non si sa esattamente chi sia stato, dette l’ordine ai soldati dei posti di blocco di ritirarsi e, tra lacrime ed abbracci, migliaia di persone dall’est e dall’ovest, scavalcando il muro, si incontravano per la prima volta dopo 29 anni.

Il parlamento italiano, con la legge n. 61 del 15 aprile 2005, ha dichiarato il 9 novembre “Giorno della libertà”, istituendo una ricorrenza annuale in memoria dell’abbattimento del muro di Berlino.

Un muro rappresenta una barriera, un elemento di separazione che può avere anche un valore di difesa, ma è anche un modo per delimitare uno spazio, per affermare un di quà da un di là che temiamo o di cui diffidiamo, è dunque una metafora del limite umano dell’ostacolo che si frappone nei rapporti interpersonali o, come accaduto a Berlino, una costruzione politica dettata da interessi che ignoravano volutamente le persone e i loro bisogni, un edificio di arroganza che non poteva avere speranze di sopravvivere ai sentimenti, alle necessità umane e all’evoluzione della storia di un popolo.

Nonostante la storia ci insegni la illogicità di scelte dettate da bassi istinti travestiti da logica di governo, e in questo un riferimento alla volontà di Trump di costruire un muro tra USA e Messico è d’obbligo, ancora si parla di “muri” necessari tra culture e storie diverse dei popoli, dimenticando che nessun muro potrà mai impedire rapporti interpersonali perché, riecheggiando le parole del filosofo Aristotele: “ l’uomo per sua natura è un animale politico”, cioè vive in comunità con altri, dunque nessun muro potrà separare ciò che solo noi decidiamo di dividere, a dispetto di qualunque volontà altrui.