Trenta anni fa, a piazza Tienanmen, nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, carri armati dell’Esercito di liberazione cinese, centinaia di persone, per lo più giovani, furono uccise perché reclamavano la democrazia. La protesta era iniziata il 15 aprile quando migliaia di studenti, operai ed intellettuali  fecero sentire la loro voce per chiedere democrazia e libertà.

Erano richieste inaccettabili per il monolitico partito comunista cinese, rivendicazioni che sfociarono in una durissima repressione da parte della milizia cinese, inviata a stroncare una protesta inaccettabile da parte di Deng Xiaoping, membro potente del direttivo del Partito Comunista Cinese e leader de facto della Cina dal 1978 al 1992.

Il Leader cinese temeva che la rivolta potesse rovesciare il partito al potere e ordinò, senza riserve, che fosse messa in atto una repressione anche sanguinosa.

Studenti che provenivano da più di 40 università, decisero di marciare su Piazza Tienanmen il 27 aprile; in quel luogo si ritrovarono con loro operai, intellettuali e funzionari pubblici. A maggio più di un milione di persone riempì la piazza, la stessa nella quale nel 1949 Mao Zedong aveva dichiarato la nascita della Repubblica popolare Cinese.

Deng Xiaoping decise che la protesta andava fermata, il 20 maggio il governo impose la legge marziale a Pechino e dunque truppe corazzate furono inviate per disperdere la folla dei manifestanti. La folla nella piazza era però immensa e per questo motivo i militari esitarono nella repressione e si ritirarono. Deng Xiaoping però non ammetteva esitazioni e diede ordine di fare fuoco sulla folla della piazza. L’azione sfociò in un massacro, secondo un bilancio “ufficiale” ci furono 319 vittime, migliaia i feriti, ma secondo quanto testimoniato dai presenti, dalla croce Rosse e le organizzazioni internazionali, essi furono molti, molti di più.

La foto simbolo di quei giorni terribili è quella di uno studente che, solo e completamente disarmato, si para davanti ai carri armati per fermarli, emblema di un mondo e di un tempo che chiedeva un cambiamento nella politica e nella società, un mutamento che non si realizzerà e che costò la vita e la libertà a centinaia di persone.

Trent’anni dopo quegli eventi, il Ministero della Difesa, ancora oggi, si rifiuta di parlare di “protesta” o di “repressione”, preferisce parlare di “disordini politici” sui quali era stato necessario intervenire.  Parlare degli eventi di piazza Tienanmen è un tabù, filmati, immagini e documenti dell’epoca, soprattutto in merito ai massacri compiuti ai danni di cittadini che pacificamente protestavano, sono sotto lo stretto controllo delle autorità che hanno bollato come “incidente” gli eventi di allora.

La verità è che quei fatti sono considerati, ancora oggi, un episodio fondamentale per quanto avviene nel XX secolo, la repressione cinese fu conosciuta in Occidente e con essa il mancato rispetto della libertà di espressione e dei diritti umani, una circostanza che diede l’avvio e lo slancio alle rivolte contro i regimi comunisti dell’Urss. Siamo nel 1989, lo stesso anno della caduta del muro di Berlino, tempo di rifiuto della sopraffazione individuale e affermazione di diritti per lungo tempo negati.

Ancora in questi giorni il portavoce del ministero, Wu Qian, ha affermato: “ Non sono d’accordo con l’uso del termine “repressione”. Negli ultimi 30 anni le riforme, lo sviluppo, la stabilità e i successi raggiunti in Cina, rispondono da sé”. A lui si affianca il ministro della Difesa, generale Wei Fenghe, che precisa: “Si trattò di una turbolenza politica, il governo centrale prese le misure decisive e i militari presero le misure per fermarla e calmare il tumulto”.

In vista dell’anniversario della strage del 4 giugno, ancora oggi attivisti e testimoni dell’epoca vengono tenuti ai domiciliari o allontanati da Pechino, tutti gli eventi pubblici sono vietati e  i controlli sono particolarmente attenti e puntigliosi. Persino la rete viene usata per cancellare la storia, nelle ultime ore le maggiori piattaforme cinesi di streaming hanno annunciato che per “aggiornamenti”, alcune funzioni non sono disponibili fino al 6 giugno e nessun nuovo utente può postare commenti in tempo reale o interagire.

Sono state dunque strette le maglie digitali anche spingendo le piattaforme funzionanti nel paese ad autocensurarsi, come impongono le nuove regole della sicurezza informatica volute da Xi Jinping.

Human Right Watch denuncia che quest’anno c’è stato un controllo sempre più serrato sugli attivisti, alcune persone, come due “madri di Tienanmen” che hanno perso i figli durante i fatti di Piazza Tienanmen, molto anziane, sono state allontanate da pechino, alcuni studenti dell’associazione marxista dell’Università della capitale, sono stati arrestati, mandati nei villaggi di origine o detenuti in luoghi segreti.

In questo modo Pechino continua a non ammettere le sue colpe con un atteggiamento fuori del tempo e della logica, come se negando o ricomponendo un ricordo secondo il bisogno politico, qualunque esso sia, fosse possibile ridimensionare o cancellare la verità, quella di una necessità umana che va al di là di imposizioni, ideologie o poteri, perché senza libertà e rispetto dei diritti umani siamo condannati ad essere numeri senza vita di cui il potere pensa di poter fare quello che vuole.