Andrea Bardi

L’umiltà intellettuale è direttamente proporzionale all’intelligenza; lascia aperti al pensiero riflessivo, all’impegno, alla curiosità e all’apertura mentale.

L’arroganza intellettuale, al contrario, induce ad errori ed ostacola l’apprendimento. Le persone che si vantano della propria intelligenza e non hanno l’umiltà intellettuale di ammettere i limiti delle loro conoscenze, hanno maggiori difficoltà ad acquisirne di nuove e ad ammettere possibili errori nel loro modo di pensare.

Umiltà intellettuale è anche, e soprattutto, aver la forza e il coraggio di saper chiedere “una mano” nel momento del bisogno, anziché ostentare superiorità e tracotanza al punto da far credere, o dar ad intendere, di non averne necessità.

Oreste Vigorito è uomo dotato di profonda umiltà intellettuale, ergo notevole intelligenza. Quell’umiltà intellettuale che deve averlo indotto a rompere ogni residuo indugio ed a rivolgersi direttamente alla stampa beneventana, chiedendole apertamente di “dargli una mano” in questo delicato e particolare momento storico.

Di dargli una mano a far sì che si possa ridestare, intorno al fenomeno Benevento calcio, quell’entusiasmo che sembra essersi assopito, non tanto per disamore o disaffezione, sentimenti che non possono di certo albergare nell’animo del tifoso passionale qual è senza dubbio quello sannita, ma per un senso di frustrazione ed impotenza che deve averlo pervaso. E forse anche di “disgusto” nei confronti delle istituzioni calcistiche, a suo giudizio ree di riservare alle piccole realtà territoriali un trattamento non proprio trasparente quando esse partecipino al campionato di massima serie.

E noi, come abbiamo del resto sempre fatto in passato con le testate giornalistiche del gruppo, intendiamo cogliere l’appello del presidente e, “nel nostro piccolo”, contribuire e dargli una mano a reiterare il suo accorato appello.

Partiamo da un dato inconfutabile. Tutti ci riconoscono (e ci invidiano) la fortuna di avere come presidente un uomo passionale, amante dei “colori” come forse non ne esistono più (o si contano sul palmo di una mano) nel panorama calcistico.

Oreste Vigorito non ha bisogno di stare nel mondo del calcio per business o per far soldi. Quelli glieli porta il vento; gli bastano e gli avanzano e, se è vero che sono tanti, li merita tutti perché è un imprenditore con tutti gli attributi.

Ma è di ben altro tipo il vento che egli vorrebbe soffiasse ininterrotto, un vento che non porta soldi, ma soltanto gioie alternate, purtroppo, anche a dolori: è il vento della passione.

La passione per quei colori giallorossi, che egli per primo ha dimostrato e dimostra di portare nel cuore, che non disdegna di ostentare con orgoglio ad ogni occasione e che gli procurano intense emozioni, specie quando li vede indossati da un bambino (un classico per un uomo dal cuore tenero).

La passione per quei colori giallorossi che sono l’anima e lo specchio della città.

La passione per quei colori giallorossi che sopravviveranno a giocatori, a tifosi, a presidenti e che indosseranno, domani, i figli dei figli dei nostri figli…

La passione per quei colori giallorossi che identificano un popolo e ne rappresentano la vera ricchezza.

È l’ora, questa, di tornare a rivestire di quei colori il nostro teatro massimo, la nostra “Scala del Calcio”.

È l’ora, questa, di abbandonare, per chi ancora ne serbi, rancori, incomprensioni, distanze, riserve, malintesi; insomma ogni sorta di remora, giustificata o meno che sia ai suoi occhi e al suo pensiero.

È l’ora, questa, di tornare a dare alla squadra quel sostegno incondizionato che la stessa ha richiesto e ha dimostrato di meritare nella prima parte del campionato, dopo un’amara retrocessione dalla quale non era affatto semplice riprendersi e riprendere un cammino vincente (guardare Crotone e Parma); e per farlo non conosco divano, bar o social network che tengano, ma soltanto un unico posto: lo stadio. E’ l’ora, questa, di tornare a colmare gli spazi del “Ciro Vigorito”, apparsi troppo vuoti negli ultimi tempi.

È l’ora, questa, che la voce del tifo organizzato, quella della storica Curva Sud, torni ad intonare un unico ed armonioso canto, e che questo possa annichilire  zittire un “coro nemico” apparso ultimamente (e costantemente) predominante; che anche lì si abbandonino, finalmente, rancori e divisioni e si torni a parlare un verbo unico. I tempi sono maturi ed improcrastinabili perché la Curva torni ad essere il vero ed insostituibile “dodicesimo uomo in campo”.

Facciamo, insomma, tutti un passo indietro per farne, poi, cento avanti.