E’ guerra senza quartiere sui cieli della Siria, spazi affollati di combattenti che, per ragioni ed interessi diversi, usano la violenza delle armi per ribadire supremazie, predominio ed egemonia.

Stati Uniti, Francia ed Inghilterra riprendendo il concetto che l’uso di armi non convenzionali  contro la popolazione civile non è ammissibile , dopo l’attacco chimico alla città siriana di Douma, hanno effettuato un raid con bombardamenti su un sito di stoccaggio per armi chimiche a ovest di Homs , un centro di ricerca scientifica di Damasco e  un importante posto di comando.

L’intervento è stato comunicato da Donald Trump in un tweet con le parole: “Missione compiuta” e con l’affermazione di avere prove dell’utilizzo delle armi chimiche da parte di Damasco.

La decisione di colpire i più importanti centri strategici militari siriani, paese sotto il comando di Assad, è stata giustificata dalla necessità di impedire nuove stragi di civili innocenti, peccato che l’uso di armi chimiche sia ormai consuetudine in quella terra, sia da parte dei governativi che dei ribelli.

È guerra brutale che vede contrapposti, nel caos siriano, il governo del paese, gli uomini di Daesh, ribelli, Al Nusra, la vecchia al Qaeda e  altre fazioni jihadiste. Lo scontro però non è solo politico, ma anche religioso, la Siria è infatti un paese fondato sulla diversità religiosa, soprattutto sciiti contro sunniti, poteri religiosi che si intrecciano con quelli politici.

Il regime  iraniano dell’ayatollah Khamenei è un alleato di Assad e, insieme alla Russia vuole difenderlo per essere certi che l’asse sciita in Medio oriente non sia spezzato  e che dunque i governi musulmani sciiti di Iran, Siria e Iraq restino al potere . Attraverso la Siria inoltre l’Iran  assicura rifornimenti di armi alle milizie  di Hezbollah in Libano, nemiche di Israele. Difendere la Siria significa dunque, per l’Iran, difendere il mondo sciita da un attacco sunnita inaccettabile.

In questo caos politico-religioso è dunque molto difficile appurare chi usa armi inaccettabili e non convenzionali. Il governo di Bashar al Assad, almeno formalmente, ha dichiarato di aver eliminato le armi chimiche già dal 2013.

E’ ovvio che la comunità internazionale non possa accettare l’uso di armi improprie sulla popolazione civile, ma, ci chiediamo, chi riconosce solo ad alcuni paesi, potenze economiche e militari, il diritto di intervenire con la forza senza che la comunità internazionale ne abbia conoscenza? E’ pur vero che tutte le capitali europee, dopo l’attacco, hanno condiviso la scelta dell’intervento militare sul territorio della Siria.

L’ONU si è riunito nella giornata di ieri per affrontare la questione e ha bocciato la proposta di condanna della Russia in merito all’attacco dell’Occidente alla Siria, ma, come è ormai prassi, la sua voce arriva sempre dopo che singoli stati hanno già avviato azioni di forza, manifestandosi dunque come strumento secondario negli scenari di pace e tutela dei diritti umani.

In contrapposizione alle scelte di Inghilterra, Francia e Stati Uniti, la Russia di Putin ha condannato il raid contro la Siria, ha inoltre schierato parte del suo esercito a Latakia, un contingente di jet, elicotteri, carri armati e soldati utilizzati per difendere l’alleato Assad ( la loro alleanza risale ai tempi in cui il padre dello stesso Assad era alleato della Russia), il tutto con lo scopo evidente di assicurarsi uno sbocco  sul Mediterraneo.

Un ruolo particolare riveste poi la Turchia di Erdogan che ha protestato contro l’appoggio di Putin ad Assad perché spera, da sempre, che favorendo i jihadisti nella loro lotta contro Assad, si possano danneggiare i curdi, popolazione presente nel nord-est della Siria che da trent’anni sono in lotta contro la Turchia per ottenere l’indipendenza.

Ankara continua a sperare, infatti, di occupare una parte della Siria per estendere la sua influenza in un futuro governo sunnita del paese, una speranza  che viene chiamata “ sogno neo-ottomano”.

L’America, da parte sua,  spera da molto tempo di veder crollare il regime di Assad, ha sostenuto in passato le “primavere arabe” e ha sempre appoggiato idealmente anche la ribellione siriana; il programma però, finora, è stato un fallimento, i ribelli sostenuti dall’America non sono riusciti, finora, a cancellare il governo di Assad, anzi spesso sono confluiti nel gruppo di Al-Qaeda portando con loro la sofisticate armi americane ottenute precedentemente.

Al momento l’Italia, attraverso la voce del premier Gentiloni, ha smentito qualunque forma di partecipazione italiana al raid alleato contro la Siria, ma ci chiediamo: per quanto tempo? L’Italia è un alleato dell’America, sul suo suolo  ci sono molte basi militari statunitensi fra la quali alcune che conservano arsenali atomici.

Scontro tra armi e poteri politici dunque, nella buona tradizione di ogni guerra, che, avviata con le  intenzioni di portare la pace ed impedire eccidi di civili, non lascia capire  né quando finirà né soprattutto come.

Peccato che il sogno di un organismo internazionale che possa tutelare il mondo contro scontri ed interessi nazionali ancora una volta esce, da questa vicenda, come perdente di eccezione.