Sono passati 35 anni dal giorno in cui la città di Bologna, in un sabato afoso di agosto in cui l’unica notizia di rilievo sembrava essere le lunghe code verso il mare,  rimane vittima di un attentato terroristico alla Sua stazione, nodo di svincolo ferroviario vitale per il Paese.

4851966597_9754fe0807_bErano le 10,25 del 2 agosto del 1980, le lancette del grande orologio della stazione resteranno ferme per sempre su quell’ ora, allorquando un immane boato spezza nel sangue la tranquilla routine di una mattinata agostana; 85 morti e 200 feriti, questo il bilancio finale della strage più sanguinosa della storia italiana. Pochi istanti e poi, fra nuvole di polvere e detriti, si cominciano ad intravedere corpi insanguinati, feriti in condizioni disperate e gente che, incredula e disperata, vaga in quel deserto di morte alla ricerca di sopravvissuti, immediatamente consapevole di dover recare aiuto ai tanti che, ancora vivi, chiedono soccorso. Dopo i primi momenti di disorientato spavento, mentre ci si interroga su cosa sia accaduto, i primi taxi fermi nel piazzale della stazione partono verso gli ospedali cittadini con i primi feriti, gli autobus invece, oscurati i vetri con lenzuoli bianchi, cominceranno ad accogliere i corpi dei morti che, via via, vengono trovati sotto le macerie. Ben presto ci si rende conto di quale sia stata la zona in cui è avvenuta la deflagrazione, la sala d’aspetto di seconda classe della stazione viene individuata come il luogo dello scoppio che ha trascinato, nella deflagrazione, il ristorante e gli uffici del primo piano dell’ala sinistra della costruzione. Ovunque lacrime disperate e tanto tanto fumo che acceca e stordisce, entra in gola e, quasi pietosamente, impedisce che altre lacrime accechino i presenti. Faticosa e difficile, negli anni, la ricostruzione di quanto avvenuto, anche a causa di forti azioni di depistaggio; ciò nonostante, le indagini si indirizzarono quasi subito sulla pista neofascista, ma ci vorranno anni e un lungo iter giudiziario, per consentire agli inquirenti di identificare i responsabili che vennero individuati nelle persone di Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, esecutori materiali dell’attentato e membri dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR). Nel 2007 si aggiunse anche la condanna di Luigi Ciavardini, minorenne all’epoca dei fatti.

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Parliamo dei così detti “anni di piombo”, gli anni tra il 1970 e gli inizi degli anni ’80, momenti tragici della nostra storia in cui lo scontro tra ideologie diverse si trasformò in feroce e sanguinaria guerra tra bande con una   estremizzazione della dialettica politica che si tradusse in violenze di piazza, nell’attuazione della lotta armata e di atti di terrorismo, anni tragici di cui però non possiamo perdere la memoria insieme ai  collegamenti, rilevati all’epoca, con la criminalità organizzata ed i servizi segreti deviati. Tante negli anni le commemorazioni della strage di Bologna, spesso caratterizzate da contestazioni della gente nei confronti dei politici che, di volta in volta, salivano sul palco per ricordare, ad essi si addossavano le responsabilità della mancata fine dell’inchiesta e, se appartenenti a partiti vicini all’ala destra del Parlamento, la colpa di essere “complici” di quell’ideologia che aveva concepito l’attentato.

“L’Italia ha il dovere di non dimenticare quella strage e quelle vittime innocenti che fanno ormai parte della memoria nazionale”. Così si è espresso il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un telegramma inviato al presidente dell’Associazione delle vittime del 2 agosto, Paolo Bolognesi, in occasione del 35° anniversario della strage alla stazione. Egli ha ricordato come l’episodio sanguinoso fu l’espressione di una strategia stragista che avevo lo scopo di minare alla base la nostra democrazia, tentativo a cui il Paese ha risposto con l’animo coraggioso, seppur straziato, della gente comune, a partire dai cittadini di Bologna, ma che tuttavia ancora tormenta e angoscia le nostre coscienze in quanto, a distanza di tanti anni, com’è purtroppo nello stile della cultura e della politica del nostro paese, su quella vicenda permangono ancora angoli bui, specie per quanto riguarda i mandanti ed eventuali complici, mai individuati in modo definitivo. In merito, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti, rispondendo all’Associazione 2 agosto80 , che aveva polemizzato sui risarcimenti, sulla desecretazione degli atti e sul reato di depistaggio, si è impegnato, in nome del governo, a caldeggiare l’introduzione nel codice italiano del reato di depistaggio.   Il provvedimento legislativo, però, dopo l’ok della Camera il 24 settembre 2014, è passato all’esame della commissione Giustizia del Senato, e solo dopo 300 giorni è stato messo finalmente nel calendario della Commissione stessa per la discussione generale. Ricordare e commemorare è, oltre che giusto, necessario ad un popolo che vuole definirsi democratico e civile, ma forse il semplice e infecondo ricordo diventa arido esercizio verbale senza una volontà seria e concreta di dare finalmente una svolta ad una politica in cui vengano, con solerzia, riconosciuti i diritti, ma soprattutto siano individuati e colpiti i responsabili degli attentatori della nostra democrazia.