Ogni paese fa della propria storia lo strumento privilegiato della sua crescita civile e sociale, le vicende di ogni popolo sono ciò che lo caratterizza e lo mette in condizione di costruire la propria identità e dignità di popolo, ma spesso la storia di un paese affonda le sue radici nelle lacrime e nel sangue, in vicende che, fardello comune di tutti i popoli, gridano e pretendono il “diritto alla memoria” più che il suo dovere; è quanto accade oggi alla  Bosnia-Erzegovina che celebra l’anniversario dei venti anni dall’eccidio di Srebrenica.

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11 luglio 1995, le truppe serbo-bosniache agli ordini del generale Ratko Mladić, irrompono nella cittadina di Srebrenica, assediata da tre anni, e, in pochi giorni, compiono il massacro di più di ottomila musulmani. Srebrenica era anche il luogo della Bosnia-Erzegovina in cui tanti si erano riversati da città e villaggi vicini, per cercare rifugio nella zona che le Nazioni Unite avevano definito ‘zona protetta, a quella guerra che noi, ancora oggi, ricordiamo come guerra nella ex Jugoslavia. I profughi erano circa 40 mila persone, per lo più donne, vecchi e bambini che, a causa dei bombardamenti, avevano cercato rifugio a Potocari, base dei caschi blu olandesi, altri 15 mila uomini di tutte le età, la maggior parte disarmati, si erano incamminati verso Tuzla, luogo sotto il controllo delle forze governative, attraversando i boschi. Seguirono bombardamenti della Nato che cessarono dopo la minaccia dei serbi di uccidere 300 caschi blu nelle loro mani e, a seguito di tale minaccia, i caschi blu olandesi costrinsero quanti si erano rifugiati nella loro base ad uscire da questa, consegnandoli, di fatto, nelle mani dei loro aguzzini.

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L’11 luglio Mladic entrò in una Srebrenica deserta, ma quanti si erano rifugiati nei boschi furono raggiunti dai serbi, fatti prigionieri e poi trucidati; per suo ordine poi, furono divisi  gli uomini, tra i 15 e i 65 anni, da donne, bambini e anziani. Cominciarono subito dopo, a partire dal pomeriggio del 13 e fino al 16 luglio, fucilazioni che si conclusero con un massacro della popolazione musulmana; oltre ottomila persone tra uomini, donne e bambini che finirono in fosse comuni.

ESPERTI DI MEDICINA LEGALE DEL TRIBUNALE INTERNAZIONALE PER I CRIMINI DI GUERRA NELLA EX YUGOSLAVIA, AL LAVORO PER IL RECUPERO DI CADAVERI IN UNA FOSSA COMUNE  SCOPERTA A PILICA, A 55 CHOILOMETRI DA TUZLA. SI SOSPETTA CHE I CORPI SIANO DI MUSULMANI SCAPPATI DA SREBRENICA.

ESPERTI DI MEDICINA LEGALE DEL TRIBUNALE INTERNAZIONALE PER I CRIMINI DI GUERRA NELLA EX YUGOSLAVIA, AL LAVORO PER IL RECUPERO DI CADAVERI IN UNA FOSSA COMUNE SCOPERTA A PILICA, A 55 CHOILOMETRI DA TUZLA. SI SOSPETTA CHE I CORPI SIANO DI MUSULMANI SCAPPATI DA SREBRENICA.

Alla fine della guerra sono state trovate 93 fosse comuni all’interno delle quali sono state ritrovati resti di circa 7 mila persone identificate attraverso il DNA, ed è stato  grazie ad esso che  è stato possibile consegnare, la maggior parte di esse, alle famiglie di origine. Per moltissimi civili si perse ogni traccia, e ancora centinaia di famiglie in Bosnia non hanno una tomba dove piangere i loro cari.

Sono passati venti anni dalla fine della guerra nella ex Jugoslavia, 70 persone sono state messe sotto accusa, per crimini di guerra, dal Tribunale Internazionale dell’Aja (Tpi) e 50 dal tribunale di Sarajevo; Ratko Mladić, il boia di Srebrenica, dopo una latitanza di oltre sedici anni, è stato arrestato il 26 maggio 2011 ed è attualmente sotto processo. Al posto del paese di Tito, oggi le carte geografiche riportano nuove repubbliche con nuovi nomi, ma una menzione particolare deve essere data alla Bosnia-Erzegovina, uno dei nuovi stati nati dalla dissoluzione della Jugoslavia, un paese che, più di ogni altro, ha pagato un prezzo elevatissimo in termini di vite umane.

Per poco chiare ragioni politiche, ancora in questi giorni, al Consiglio di Sicurezza, la Russia ha posto il veto sulla risoluzione presentata dal Regno Unito che avrebbe finalmente definito “genocidio” il massacro degli ottomila bosniaci musulmani lasciati dai caschi blu dell’ONU nelle mani dei serbi bosniaci a Srebrenica l’11 luglio del 1995.

Il ricordo di quanto è avvenuto a Srebrenica deve essere per noi occasione per non dimenticare i tanti eccidi di cui si sono macchiati, ed ancora si macchiano, popoli che, in nome di diversità etniche o religiose, credono di poter cancellare l’esistenza di tanti innocenti, una ferocia figlia dell’ignoranza e della “forza” che dà l’appartenenza ad un gruppo, un’entità, quella del gruppo, che si sostituisce alle leggi civili ed in nome del quale la persona perde la propria identità umana.  Ratko Mladić, capo di questo ‘gruppo’, unitamente all’ex Presidente della Repubblica Serba di Bosnia  Radovan Karadžić, anch’egli accusato di genocidio e sotto processo, dopo venti anni, non è stato ancora condannato per le ignominie compiute su tanti sventurati che, dopo un tempo quasi infinito, aspettano giustizia.

Per questo motivo la memoria non può essere solo un atto di dovere, ma deve essere un ‘diritto’ di chi vuole costruire una società più giusta.