Salvatore Riina, detto Totò, capo indiscusso della mafia siciliana è morto. La Belva, così definito per la ferocia sanguinaria che ha contraddistinto la sua ascesa al potere ed i modi che perseguiva per controllarlo, ha chiuso gli occhi nel reparto detenuti dell’ospedale Maggiore di Parma, in regime di 41-bis (il carcere duro per i reclusi più pericolosi), condizione carceraria che ha tenuto ormai da 24 anni.

La sua storia di criminale inizia molto presto quando, a Corleone, a 19 anni , uccide in una rissa una suo coetaneo. Non appena scarcerato, insieme a Luciano Liggio, detto Lucianeddu, mafioso legato a Cosa Nostra, cominciò a occuparsi di macellazione clandestina di bestiame rubato.  Nel 1958 Liggio eliminò il suo capo Michele Navarra e nei mesi successivi, insieme alla sua banda, di cui faceva parte anche Riina, scatenò un conflitto contro gli ex-uomini di Navarra, che furono in gran parte assassinati.

Dopo vari arresti e latitanze, Il 10 dicembre 1969 Riina fu tra gli esecutori della cosiddetta «Strage di Viale Lazio», che doveva punire il boss Michele Cavataio. Nel periodo successivo Riina sostituì spesso Liggio nel “triumvirato” provvisorio di cui faceva parte assieme ai boss Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti. Ma gli interessi mafiosi stavano cambiando, non più furto di bestiame o semplici prodotti locali in una terra di povertà, emarginazione e mafia,  la malavita voleva evolvere verso forme di economia che fruttassero “piccioli ”come la finanza e l’edilizia, ciò comportava la necessità di avvicinare la politica per poterla usare per i propri scopi.

Riina e Liggio divennero i principali capi-elettori del loro compaesano Vito Ciancimino, il quale venne eletto sindaco di Palermo. Dopo essere diventato esecutore materiale dell’omicidio del procuratore Pietro Scaglione, nel 1974 Riina divenne il reggente della cosca di Corleone dopo l’arresto di Liggio e, dopo l’omicidio di  Giuseppe di Cristina, capo della cosca di Riesi legato a Bontate e Badalamenti, orchestrò l’assassinio di Bontate dando vita alla così detta “seconda guerra di mafia”.

Il principale referente politico di Riina inizialmente fu Vito Ciancimino e per proteggere gli interessi di questi, Riina propose alla “Commissione”- organo direttivo di Cosa Nostra – gli omicidi dei suoi avversari politici: il 9 marzo 1979 fu ucciso Michele Reina – segretario provinciale della Democrazia Cristiana – il 6 gennaio 1980 fu il turno di Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana e il 30 aprile 1982 fu assassinato Pio La Torre, segretario regionale del PCI che, più volte, aveva criticato pubblicamente Ciancimino.

Negli anni ’80 fu Salvo Lima, parlamentare siciliano della DC vicino a Giulio Andreotti, a divenire il nuovo referente politico dei corleonesi di Riina per cercare di ottenere una favorevole soluzione di vicende processuali, ma anche lui cadrà sotto i colpi degli uomini di Riina a causa di impegni da lui non onorati con Cosa Nostra.

Nonostante Riina fosse stato condannato all’ergastolo durante il maxiprocesso dell’86 , grazie alla collaborazione del pentito Tommaso Buscetta, condanna che  fu anche ragione dell’omicidio Lima, egli decise di scatenare la ritorsione di Cosa Nostra decretando la morte di tutti i familiari dei pentiti “sino al 20° grado di parentela”, compresi donne e bambini.

Il 15 gennaio 1993 Riina fu catturato dal CRIMOR (squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo); la cattura metteva fine alla sua latitanza che durava dal 1969. In quegli anni egli aveva continuato a vivere a Palermo nella sua casa, insieme alla moglie ed ai figli e la sua presenza fu rivelata al generale dei carabinieri, dal pentito ed ex autista di Riina, Baldassarre (Balduccio) Di Maggio.

Ripetutamente condannato all’ergastolo per gli omicidi del capitano Emanuele Basile, dei commissari Beppe Montana e Ninni Cassarà, nel 1996 Riina venne nuovamente condannato all’ergastolo per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti mentre, nel 1995 era stato condannato per l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano e del prof. Paolo Giaccone.

Nel 1997, nel processo per la strage di Capaci, in cui persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, protagonista della lotta al potere mafioso di Riina, la moglie Francesca Morvillo e la scorta (Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo), Riina venne condannato all’ergastolo insieme ad altri boss.

Dal 2000 al 2002 Riina fu ancora condannato per una serie di reati : per l’attentato in via dei Georgofili, per l’omicidio del giudice Rocco Chinnici e di molti altri personaggi delle forze dell’ordine e della magistratura, fino alla condanna nel 2011 per l’omicidio del 1970 in cui perse la vita il giornalista Mauro De Mauro.

In seguito all’arresto di Riina il regime di 41-bis  (allora valido per soli tre anni, decorsi i quali decadeva la sua applicabilità) è stato rafforzato mediante vari interventi legislativi volti a renderlo prorogabile di anno in anno.

Maria Falcone ha dichiarato: “Non gioisco, non perdono”. Il Capitano Ultimo ha dichiarato: “È una questione che riguarda lui, la sua famiglia e Dio”. L’autista di Falcone, Giuseppe Costanza, sopravvissuto alla strage di Capaci ha detto: “ Meno se ne parla è meglio è…mettiamolo nell’angolo…e se ne vada in silenzio con tutti suoi segreti” . Pietro Grasso, Presidente della Camera dei Senatori ed ex giudice ha affermato: “La pietà di fronte alla morte di un uomo non ci fa dimenticare quanto ha commesso nella sua vita, il dolore causato e il sangue versato. Porta con sé molti misteri che sarebbero stati fondamentali per trovare la verità su alleanze, trame di potere, complici interni ed esterni alla mafia, ma noi, tutti noi, non dobbiamo smettere di cercarla”.

Salvatore Borsellino, fratello di Paolo ha detto: “Ci saranno tante persone che gioiranno del fatto che Riina, morendo, non potrà più parlare e con la sua morte scompare un’altra cassaforte dopo quella vera scomparsa dopo la sua cattura”.

Un uomo vissuto dunque su una scia di sangue,  che ha costruito la sua vita sulla violenza , con l’unico obiettivo di essere il capo, non solo di una cosca, ma di una intera società, di un sistema che, senza scrupoli, ha calpestato vite umane in nome di un potere di vita e di morte che difficilmente trova paragone nella storia dell’uomo, per questo non possiamo che riflettere che è sciocco gioire di una morte, ma umano non poter perdonare.