Nella mattina di lunedì 14 maggio, nell’Aula Magna dell’Università telematica “Giustino Fortunato”, tornano a riecheggiare il pensiero e le parole di Aldo moro. Gremita di giovani e di un pubblico interessato la sala del convegno in cui è stata presentata l’ultima opera del giornalista Marco DamilanoUn atomo di verità”.

Presenti all’incontro il Rettore della Giustino Fortunato Angelo Scala, Isaia Sales, docente di Storia delle mafie dell’Università Suor Orsola Benincasa, oltre all’autore Marco Damilano.

Ha preso la parola Sales per ricordare che non è possibile disegnare un futuro senza memoria del passato, la tragica vicenda di Aldo Moro, sequestrato il 16 marzo 1978 e trovato morto dopo 55 giorni il 9 maggio,   non può essere archiviata come un evento qualsiasi, la sua morte ha infatti rappresentato un doloroso passaggio da una cultura politica figlia del dopoguerra e di precisi equilibri strategici, ad una non ancora ben delineata nella quale l’insegnamento di mediazione e di rispettoso coinvolgimento di tutte le forze politiche presenti nel nostro paese, quale lo pensava Moro, ha ceduto il passo ad un’epoca di diffidenza, rottura e sopraffazione populistica che poco hanno a che fare con la politica al servizio dei cittadini.

Sales ha voluto ricordare che fu proprio nella città di Benevento che Moro tenne il suo ultimo discorso il 18 novembre del 1977 all’interno del Teatro Massimo, un discorso nel quale, inconsapevolmente, avrebbe dettato la sua eredità politica e umana: “Quello che voi siete – disse rivolto ai comunisti – noi abbiamo contribuito a farvi essere e quello che noi siamo – ai democristiani – voi avete aiutato a farci essere”. A Moro, infatti, non restava ancora molto tempo. Lui non lo sapeva, ma quelle parole pronunciate in una sera di novembre, in una piccola città del Sud, sarebbero state ricordate, ascoltate, ripetute, per essere prese ad esempio centinaia e centinaia di volte.

Sempre più spesso, ha lamentato Sales, oggi la storia la si presenta con gli occhi dei carnefici, incontri, partecipazioni a programmi, conferenze nei quali i terroristi parlano e raccontano le loro storie, quasi che le vittime fossero  personaggi secondari di uno scenario nel quale la politica passa da funzione popolare a protagonista di uno show sempre più populista.

Moro fu personaggio umile che visse la sua vicenda umana e sociale all’interno di uno scenario pubblico in cui si dovette misurare con tre anime della sinistra del tempo: l’anima conservatrice di Enrico Berlinguer, l’area progressista di Bettino Craxi e quella movimentista del terrorismo. Il tutto in un quadro politico internazionale nel quale egli non era ben visto né dall’America, sospettosa dei suoi progetti di coinvolgimento del PCI nello scenario di governo in Italia, né dell’URSS che non accettava  la sua azione di interferenza nella struttura monolitica dell’ideologia comunista.

Moro, uomo di potere, ma anche stratega, un “Vintoche però fa la storia, un rivoluzionario “mite” che avrebbe voluto cambiare lo Stato, rivelatosi fragile alla luce dei fenomeni di terrorismo rosso e nero di quegli anni, utilizzando la pratica dell’inclusione per vincere ogni scontro, ideologico e umano.

Le sue “convergenze parallele”, termine da lui coniato, con cui  indicava la sua idea politica di coinvolgimento e collaborazione del partito comunista nella gestione pubblica, in contrasto con la visione di Pasolini, erano però viste da troppi come pericolose; eppure Moro credeva che alla fragilità dello Stato si debba rispondere includendo e rispettando le diversità politiche, allontanandosi così sempre più dallo statalismo figlio degli accordi di Yalta del dopoguerra e dagli effetti da questo originati.

Damilano ha raccontato che il suo libro nasce come viaggio nella memoria, un percorso che inizia quando, bambino, fu condotto dal padre in una chiesa dove era in preghiera Aldo Moro. Un’immagine di persona umile che, nonostante il potere pubblico che deteneva, laicamente vedeva i propri limiti umani e da quelli partiva per costruire il proprio percorso di potere politico. Vissuto praticamente da sempre nel quartiere della strage di via Fani, egli ricorda quell’uomo e non può fare a meno di paragonarlo ai politici di oggi che, spingono al cambiamento perseguendo però un’illusione privata e smisurata. Moro, diversamente, era consapevole che le strutture fragili di un paese sono figlie di un’azione pubblica che non raccoglie i bisogni collettivi e che il potere ha sempre un limite.

Noi oggi, ha continuato il Damilano, abbiamo il dovere di “liberare Moro” dal suo destino, raccontandolo per ciò che egli realmente era, a partire da quelle foto nelle quali appare in manica di camicia, davanti ad un drappo delle Brigate Rosse o raggomitolato nel bagagliaio di una Renault rossa ormai privo di vita, ricordandolo invece come uomo dedito alla sua funzione pubblica che rispettava, mostrandosi alla gente sempre perfettamente in abito, camicia e cravatta, forma convinta di rispetto degli altri e del suo ruolo pubblico.

Egli era convinto che la democrazia è valida quando “riconosce” i diritti della persona, consapevolezza che deve essere alla base di ogni agire statale. Contrario alla pena di morte ed all’ergastolo, credeva nella funzione rieducatrice della pena e voleva ascoltare le voci diverse e discordanti di quegli anni, come fece quando intervenne telefonicamente in una trasmissione televisiva e chiese di ricevere a Palazzo Chigi i giovani contestatori presenti a quella  trasmissione per ascoltare le ragioni della loro protesta.

Oggi la politica è vittimistica, ha continuato, promette e poi incolpa altri se non è riuscita a mantenere, Moro invece voleva “aprire le finestre del Castello per ascoltare e coinvolgere, ma il castello era controllato da tanti poteri, nazionali e internazionali, che non volevano questa apertura e che per questo decretarono la sua morte.

Ricordiamo dunque Aldo Moro ed il suo insegnamento, ma poiché la democrazia è sempre figlia di sognatori che non accettano l’autoritarismo e le prepotenze e perseguono la giustizia, noi vorremmo ricordare, al di fuori delle parole dell’incontro appena descritto, che il 9 maggio 1978 è stata anche la data della morte di Peppino Impastato, giovane siciliano che con coraggio e determinazione ha dato la sua vita nella lotta contro la mafia. Tempi dunque di stragi di grandi e valenti uomini.

Riflessione un po’ amara riguardo il presente: vi sono uomini, spesso dimenticati, che muoiono per il bene pubblico ed altri che troppo spesso millantano di perseguirlo per ragioni private.