Se c’è una domanda alla quale, in Italia, risulta difficile, se non impossibile, dare una risposta è “chi ha vinto le elezioni?” Fateci caso: se un partito, o una coalizione, non ha vinto, comunque “non ha perso”. C’è sempre un motivo, una ragione, un particolare per cui chiunque, alla fine, possa ritenersi, bene o male, “soddisfatto dell’esito del voto”. Poco importa se, magari, sono stati lasciati sul terreno centinaia di migliaia, se non addirittura milioni di preferenze. Si sentirà sempre qualcuno affermare che il proprio partito ha “sostanzialmente tenuto” per aver mantenuto il proprio “zoccolo duro” (ma cosa sarà mai, poi, questo “zoccolo duro”, bisogna che qualcuno, prima o poi, ce lo spieghi, una volta per tutte). Oppure, all’indomani di elezioni amministrative, lo stesso non mancherà di far presente che “Nella precedente consultazione si votava per il Parlamento Europeo, piuttosto che per quello nazionale, per cui è quantomeno azzardato confrontare i risultati in termini percentuali”. O, ancora: ” nelle ultime elezioni il partito si presentava all’interno di una diversa coalizione, che oggi non c’è più”. Si potrebbe proseguire con altre “frasi fatte” o di circostanza, ma il senso non cambierebbe. E nella malaugurata ipotesi in cui la sconfitta dovesse assumere, invece, i contorni di una vera e propria “carneficina” al punto da rendere oggettivamente improponibile la solita arrampicata sugli specchi, niente paura: sentiremo senz’altro l’esponente di turno pronto ad annunciare la classica ” profonda analisi interna al partito volta ad evidenziare le cause che hanno generato la perdita di consensi” e “porvi rimedio al fine di riconquistare la fiducia degli elettori in diaspora, soprattutto in vista della successiva tornata elettorale”.
Ed il ciclo, ed il riciclo, continua….Senza fine.
Non ho mai sentito nessuno, e mai credo che lo sentirò, dire con onestà intellettuale frasi del tipo “Abbiamo perso, gli italiani ci hanno schifato. Chiediamo scusa a tutti per aver disatteso il mandato conferitoci e ce ne torniamo mestamente a casa a capo chino e con le mani sul volto per la vergogna”
Continuare a vedere sulla scena politica sempre gli stessi interpreti, ascoltare coloro che almeno negli ultimi due decenni, se non di più, hanno amministrato il nostro Paese riducendolo sul lastrico proporsi e riproporsi come “il nuovo”, o come “i salvatori della Patria” , genera rabbia e disgusto ed è un’offesa all’intelligenza dell’elettore, considerato soltanto come uno strumento per l’ottenimento più o meno democratico del potere.
È dalla fine degli anni ’70, ormai, e nell’ultimo ventennio in particolare, che in Italia, come nel resto d’Europa, a vincere le elezioni con certezza matematica e senza tema di confutazione è un solo, grande partito, quello dell’astensionismo, la cui “onda lunga” non sembra destinata a trovare il classico scoglio su cui infrangersi e terminare finalmente la sua corsa.
Se alla fine dei fatidici “anni di piombo” erano quattro su cinque gli italiani che si presentavano, in media, alle urne, oggi lo fanno soltanto un connazionale su due, quando tutto va bene, e tra essi é alto il numero di chi , nell’urna, deposita schede bianche o nulle. E tutto lascia presupporre che, a meno di impreventivabili inversioni di tendenze, il numero dei partecipanti rispetto agli aventi diritto sia destinato a diminuire ulteriormente nei prossimi anni.
Le cause? Molteplici, ma tutte con un unico comun denominatore: la crisi della politica e della sua capacità di interfacciarsi con la gente.
In un clima nel quale i sentimenti di “anti -politica” che hanno caratterizzato il voto da vent’anni a questa parte non accennano a diminuire, e dove la persistente crisi economica peggiora le condizioni di vita di un numero sempre maggiore di cittadini, si osserva che nell’insieme risultano premiate le forze politiche che sostengono posizioni critiche o fortemente ostili nei confronti dell’Europa e di quanto essa rappresenti, moneta unica compresa. Sono posizioni che trovano il consenso prevalente (anche se, invero, non esclusivo) dei ceti più popolari, delle persone meno istruite (il fenomeno Lega ne è un edificante esempio), di quelle più penalizzate dalla crisi economica e dalla difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro (le nuove generazioni).
E non è un fenomeno esclusivamente italiano. Quanto avvenuto di recente in Francia, Grecia ed Inghilterra deve far riflettere .
L’italiano medio è diventato “apatico” al voto, direi quasi refrattario. Fino alla fine degli anni ’70 era più forte il sentimento politico, il senso di appartenenza all’ideale, sia esso di destra, di centro o di sinistra. Ciò determinava, ovviamente, una maggior propensione alla partecipazione al voto, che resta comunque la più alta forma di manifestazione democratica. Oggi votare non è più considerato un diritto o, meno ancora, un dovere, bensì un’opportunità, una facoltà di cui avvalersi.
Al resto poi, cioè alla disaffezione ed alla repulsione della gente, ha contribuito lo scarsissimo spessore etico e morale degli uomini politici della cosiddetta seconda repubblica, capaci soltanto di condurre il Paese allo sfascio quasi totale. Ed il “nuovo che avanza” non lascia, purtroppo, spazio all’ottimismo, incline più al monologo piuttosto che al dialogo.
Volendo ricapitolare sinteticamente quello che è stato l’esito del recente voto amministrativo, si può dire che a vincere la battaglia siano stati, senza alcun dubbio, l’elevato astensionismo (che però non presenta candidati alle elezioni), e, purtroppo, la Lega Nord di Salvini. Da non sottovalutare, poi, la buona performance del Movimento Cinque Stelle, attestatosi primo partito in molti Comuni, tra cui Benevento. Non si può parlare, tuttavia, di trionfo per nessun partito a causa della disarmante affluenza alle urne; lo stesso Partito Democratico, che pure ha conquistato il governo di cinque regioni su sette, non può dirsi pienamente soddisfatto a causa dell’evidente ridimensionamento della posizione del suo leader, specie all’interno della sua stessa formazione politica. Aver perso la Liguria, da sempre considerata una roccaforte rossa, offerta alla “destra” su un piatto d’argento dalla litigiosa “sinistra”, dev’essere stato un colpo davvero terribile, in parte mitigato dalla “conquista” della Campania. E c’è mancato poco che la stessa Umbria, altro fortino progressista, non facesse la stessa fine. Sarebbe stata una catastrofe di dimensioni bibliche.
Nonostante tutto, voglio pensare che le generazioni future sapranno riacquistare e valorizzare l’unica arma che resta per l’affermazione democratica: la partecipazione alla vita pubblica, alla res publica. La principale forma di libertà è la partecipazione.
E non solo perchè a dirlo, e a ricordarcelo, fu il grande Giorgio Gaber.