C’era un gatto di nome “Undici”.  A me piacciono molto i gatti. Neri. D’altronde, sono una  strega di Benevento… Quando un mio alunno me ne regalò uno, era il giorno 11 di gennaio: da qui, il nome. Insolito, certo, ma piaceva a noi tutti di casa.

Era una pallottolina tenera e pelosa e conquistò il nostro affetto, ma stabilendo rapporti diversi.  Aveva una certa personalità che lo portò a legarsi a ciascuno in modo differente. Mio figlio era il suo preferito. Lo aspettava quando usciva e riconosceva il rombo del suo motorino, quando stava per rientrare,  per cui si piazzava dietro la porta d’ingresso ad attenderlo. Io gli dicevo:«Queste cose le fanno i cani, tu sei un gatto. Devi essere indipendente!»  Studiavano insieme: Undici si appollaiava sul collo di Aldo, quieto, per giocarci poi. Con la femminuccia di casa era diverso, perché si intendevano di meno, essendo lei  poco paziente. Mio marito era  quello che lo viziava di più e il furbetto andava a miagolare da lui quando nessuno gli dava retta.

Io lo nutrivo e gli insegnavo la disciplina. Era un gattino molto intelligente e abbastanza obbediente. Trovavo rilassante tenerlo in grembo e accarezzarlo, morbido e liscio com’era. Se mi ammalavo, Undici era triste e se ne stava ai piedi del letto o sulla sua copertina, senza allontanarsi mai.

Per non lasciarlo solo a casa, andavamo solo dove potevamo portarlo con noi, in auto. È stato con noi per sedici anni e adesso, dopo qualche anno, ancora ne sentiamo la mancanza.
Caro micione nero…