Il Premio Strega, nella sua LXXIV edizione, è tornato a trainare, nel 2020, la cultura italiana come sinonimo, universalmente riconosciuto, di  premio letterario più prestigioso d’Italia, oltre a godere di una consolidata fama in Europa e nel resto del mondo, manifestazione che  quest’anno ha visto l’affermazione  di Sandro Veronesi con il suo romanzo “Il Colibrì”.

Tuttavia tra i libri partecipanti alla kermesse letteraria ci piace ricordarne uno che, pur non essendo stato individuato tra i sei finalisti che si sono contesi il premio di vincitore, ben rappresenta, a nostro avviso, lo spirito narrativo della letteratura d’autore: “Teresa sulla luna” di Errico Buonanno.

Nell’opera è raccontata la storia  di una famiglia che vuole apparire normale, ma che di normalità non ha nulla, una famiglia al centro della quale brilla ed è protagonista una donna: nonna Teresa Piserchia, personalità estroversa, ambiziosa, accentratrice e manipolatrice, protagonista del suo tempo e faro imposto nella vita del nipote.

Il racconto si sviluppa attraverso racconti di episodi nei quali, con un continuo rimando al passato,  funge da protagonista il “mi ricordo” di una donna che da giovane era bellissima, che “suonava” incantando i presenti, personaggi famosi, gerarchi fascisti e uomini celebri del Novecento, molti dei quali si erano innamorati di lei, almeno così raccontava Teresa Piserchia, una donna, ma soprattutto una nonna che, con i suoi aneddoti e racconti – forse non sempre veri –  riempiva la vita del nipote condizionandone le scelte, le  emozioni ed i suoi progetti per il futuro.

Personaggi, questi, sconosciuti al ragazzo, ma che  attraverso le parole della nonna prendevano vita e interagivano con il presente in modo ingombrante; le vicende, gli amori, le delusioni poco raccontate, erano un modo di esserci da parte di una donna che poco aveva della nonna classica, al punto da diventare odiosa agli occhi del nipote che, formato e ammaestrato  dagli aneddoti e dal linguaggio a volte scurrile della nonna, comunque coinvolgenti e stimolanti, finisce con l’odiare quella donna  cui scopre con rammarico di assomigliare sempre più, specie nell’arte del raccontare.

I ragionamenti complessi della donna, i suoi paroloni – per cui  il freddo è “freddo incoercibile”, il piovere è  “diluviare” … etc.. -, le parole spesso inventate, rappresentavano la linfa inesauribile del suo “sentirsi bene”. Influenzata dalla figura del padre Gaetano, sognatore rappresentante del  suo epico antifascismo, cosa di cui  il nipote dubita, ma soprattutto dal suo amore per la poesia che “non serviva per uno scopo, era ciò  che è  inutile”, ma anche dalla mamma Elvira,“sempre incacchiata”, Teresa vive la sua gioventù a Roma.

Erano gli anni Trenta, un tempo che oscillava tra liberazione dei costumi e censura, era tutta femminilità che suonava – così raccontava -. Esordì come modella e, a sua detta, furoreggiò per le sue gambe. Fu anche comparsa nel cinema, ma soprattutto scoprì il jazz come sensualità. Le piaceva raccontare di sé che era:“moderna, disinibita, sperimentale, alla moda, faceva musica, era musica, era musica jazz”.

Amava dire di sé che era una “persona di mondo”, frequentava locali bohémien al Testaccio dove si faceva varietà. Conobbe Raniero Peccioni: bohémien/artista? E lo sposò. Visse a Parigi – così raccontava senza prove – a new York, raccontava che si era arruolata  volontaria con Glenn Miller e di aver allietato i militari impegnati in scenari di guerra. Tornò in Italia –  unica donna a sbarcare in Sicilia con gli alleati? Bah!! Bugia – e si presentò  dai fratelli Vittorio e Natalino.

Alla morte del padre Gaetano e con il ritorno della madre in Lucania, zia Enrichetta La Vigna – parentela mai troppo chiara –  prende i nipoti con sé  a Roma. Quest’ultima, personaggio singolare che viveva in una villetta vicina a Villa Torlonia, abitazione del Duce, che vestiva cravatta e pantaloni, era una fascista della prima ora che  aveva finanche finanziato, con i soldi del padre, la marcia su Roma.

In merito al “sesso” Teresa era convinta che questo fosse l’unico elemento egualitario della società. Ce l’aveva coi “froci”; personalmente  lei  si trovava irresistibile e cercava in ciò la complicità del nipote, cosa che egli odiava. Sposò nonno Augusto, maestro e colto comunista, allergico ad ogni ironia e battute, oggetto per questo di scherzi da parte dei Piserchia ( Vittorio e Natalino, fratelli di Teresa). Aveva scritto favole che non pubblicò mai e che  la nonna non ascoltò mai.

Erano gli anni ’50 e la nonna usciva con gli amici (“una banda di fessi”) la sera, lasciando a casa le due bambine e nonno Augusto perché  diversamente si annoiava.

Non sopportava l’idea che qualcuno si divertisse senza di lei, ma arrivò il tempo dei “soldi finiti” e della necessità di “sopravvivere”. La nonna non sapeva fare niente, ma aveva scritto un libro autobiografico:“Bombe e cornetti”, un’autocelebrazione di una celebrità senza prove.

Fingeva di amare il nipotino per vantarsi dei suoi successi come fossero meriti suoi. In fondo lui serviva per pubblicare la sua storia, ma in realtà egli aveva pubblicato un libro, ma dopo quel lavoro sembrava che la vena si fosse esaurita e questa difficoltà aveva alimentato la vittoria di Teresa, la certezza che lei era stata superiore, quella che tutti avevano amato e che aveva pure scritto un libro, mentre lui, già divorziato e sul punto di essere lasciato dall’attuale compagna, era sull’orlo del licenziamento per una frase da lui falsamente attribuita a Pertini e inoltre con il rifiuto di lavorare in una biblioteca pubblica.

Era troppo forte, per un nipote amato, ma usato da una nonna che riversava su di lui le sue fantasticherie e le sue fantasie, venire a patti con la vita dopo un’infanzia cresciuta nei sogni e nella certezza di essere migliore di altri, di avere un talento, cosa di cui la nonna era convinta.

Teresa vedeva la vita come una storia da raccontare, mentre lui la viveva con la difficoltà di essere all’altezza delle aspettative e soprattutto aveva dovuto convivere con l’ingombrante famiglia materna , quei Piserchia “ inopportuni, eccessivi e spocchiosi e pretestuosamente albanesi”, una famiglia in cui spiccava lei: Teresa, la nonna che nessuno avrebbe voluto avere.

Teresa si sentiva in diritto di distruggere i meriti e i successi altrui perché lei era superiore, in gioventù aveva fatto faville, diceva, anche se non esistevano prove dei suoi successi. Ma la vecchiaia arriva anche per lei e i suoi sogni ed i suoi racconti hanno finito con il tacere, almeno con la sua voce, ma non nei ricordi del nipote che ancora li sente vivi e presenti e si sente condizionato da essi.

Alla morte della nonna il nipote era stato nominato esecutore materiale del suo ultimo desiderio : la pubblicazione di una biografia che raccontasse la sua vita, un qualcosa che continuasse a parlare per lei perché Teresa Piserchia aveva paura di svanire e con lei i suoi anni dorati e i suoi racconti.

Lui aveva iniziato a scrivere, ma con un malcelato rammarico nel dover scrivere di cose inventate, sogni che però, gli fece notare la sua mamma, avevano riempito la sua vita facendogliela apparire più bella di quanto fosse stata per la nonna perché lei aveva fatto una scelta, quella di sognare anziché soffrire per tutti i mali e le difficoltà che si era ritrovata ad affrontare. Ella inoltre proseguì ricordandogli che tutti gli insuccessi che lui aveva vissuto e che metteva a confronto con le storie  inventate dalla nonna, non erano colpa della nonna, ma erano state sue scelte e soprattutto, diversamente da sua nonna, lui non sapeva riderci sopra e di questa sua incapacità incolpava sua nonna.

Teresa sulla luna”… libro di memoria e riflessione sulla vita, del difficile percorso che ognuno di noi deve compiere per accettare ciò che siamo, i bisogni consci ed inconsci di inventare per sopravvivere, la necessità di accettare l’altro per accettarci, la necessità di procedere verso quel “γνῶθι σαυτόν”, ovvero quel “conoscere se stessi’ che spesso ci fa paura, tutto accompagnato da uno stile narrativo scattante e preciso,  nello stesso tempo celebrativo  e obiettivo.