Davide De Rei, scrittore sensibile di rara cultura, figlio del Novecento e di Benevento. Si definisce “un filologo non accreditato e un docente non abilitato.” Ama chi racconta storie, “ma solo coloro che lo fanno in buona fede.” Se lo incontri, il suo carattere unico e il suo humor chapliniano  resta nella memoria e non ti lascia più. Lo abbiamo conosciuto meglio.

La tua prima lettura (ovviamente non si accettano le favole)? Quella che ti ha fatto decidere di diventare anche scrittore?

I miei genitori mi hanno spinto a leggere fin da ragazzino in modo mai invadente e forzato, e questo è stato un bene perché ho sempre coltivato la lettura in libertà e senza chiudermi eccessivamente in un mondo troppo scollato dalla realtà.
Il primo libro acquistato “consapevolmente” è stato un libro di racconti di Edgar Allan Poe: una lettera certamente non molto “solare” eppure, oggi, devo riconoscere che a quello scrittore che testardamente cercava di raccontare i piccoli orrori della vita quotidiana devo non poco.
Il libro che mi ha fatto venir poco a poco voglia di scrivere l’ho incontrato, invece, solo durante i primi mesi universitari ed è stato “Lolita” di Vladimir Nabokov, che considero ancora uno dei libri della mia vita “formativa” e non solo.

Tu sei un artista eclettico, instancabile nel senso più nobile: scrittore, musicista, studi per affermarti in un mondo difficile come quello dell’insegnamento, sei impegnatissimo nel sociale. È necessario per la tua scrittura essere immerso in questa corrente di vita?

Mi reputo una persona curiosa e questo mi porta a vivere esperienze a volte anche molto diverse tra loro. Cerco di vivere il mio modo di scrivere soprattutto in quanto ritmo, così quello che vivo intorno cerco di trasferirlo nelle diverse sfumatura ritmiche sulla pagina. Soprattutto per questo uno dei miei punti di riferimento assoluti è Charlie Chaplin, uomo e artista completamente integrati tra di loro: attore, regista, scrittore e musicista. Un genio completo a cui non smetto di guardare.

Mi parli dei tuoi testi precedenti?

“Potrebbe andare peggio” è stato il mio romanzo precedente, autoprodotto, e voleva essere un modo per indagare alcune dinamiche che mi interessano ancora oggi, come quella  della notorietà in rapporto alla dimensione privata, oppure la stessa scrittura; e questi temi ho provato a impiantarli all’interno di una narrazione. Prima di questo c’è stata “Benedetta Maledizione”, un mio saggio che prima di diventare tale è stata mia Tesi di Laurea. Non è sicuramente un testo da comodino ma è un libro al quale tengo molto, soprattutto perché è frutto di miei personali ricerche su gran parte della produzione di Pier Paolo Pasolini, e lui è un altro artista al quale devo molto.

Nel tuo ultimo libro, “A piedi nudi sul vetro”, una donna mette in crisi le certezze del protagonista. Quanto c’è di autobiografico?

Credo che scrivendo ciascuno di noi porta inevitabilmente appresso alcuni pezzi di sé, e vale per ogni tipo di produzione, anche per quelle accademiche, scientifiche. La continua crisi delle certezze sicuramente riguarda me ma è probabilmente un bollino che ciascuno di noi ha tatuato addosso, soprattutto in quanto figli del Novecento. Io, al di là di questo, cerco sempre di “perdermi” un po’ tra le mie parole perché difendo con forza quel piccolo elemento puramente fantastico che personalmente ritengo bello oggi nell’esercizio della fabula, della narrazione in se stessa.

L’esistenza di Dio è messa a dura prova. Ma quanto è importante credere per Davide De Rei?

Sono uno di quelli che ritiene fondamentale, anche se faticoso, l’esercizio della dimensione spirituale dell’umano. Per me ha sempre avuto l’aspetto di un salto verticale puntato in alto, che va curato costantemente. Ho personalmente un rapporto “vivace” con la mia fede, a volte anche violento, probabilmente perché a fare da contraccolpo alla spinta verso l’alto ce n’è una speculare che mi spinge sotto la terra. Ho trascorso anni aspettando che tale contrapposizione trovasse quiete, poi, per quello che mi riguarda, ho capito che la parte più sincera di questa fede risiede proprio in questo conflitto.

In un mondo dove i giovani perdono l’abitudine a leggere, tu pensi che il tuo libro potrà interessare le nuove generazioni e riportarle alla lettura attenta e colta?

Non ho pretese intellettualistiche [ride, ndr], mi piacerebbe essere uno scrittore pop nel suo senso profondo, cioè capace di raccontare con libertà e dare al mondo della letteratura una circolarità fatta di confronto aperto con chi vuole; credo che questo aspetto del mondo delle “Lettere”, che è poi, detto tra noi, il suo cuore più vivo e necessario, debba essere riscoperto. Per il resto, se qualcuno trovasse tra le mie pagine un motivo per leggere un altro libro, magari un “classico” (nell’accezione di Calvino, in quanto “testo inesauribile”) ne sarei contentissimo.

Il tuo futuro è roseo o ha un coloro indefinito?

Non sono abituato a vedere il roseo in giro, soprattutto rispetto al mio futuro [non ride, ndr]. In questo, evidentemente, la lettura anche di  qualche libro “sbagliato” da ragazzo deve avermi segnato involontariamente. Se proprio gli dovessi dare un colore sarebbe un misto del rossastro della terra arsa e del blu del cielo. Mi dicono, però, che il risultato sarebbe un viola che non mi fa impazzire del tutto. Vabbè, pazienza. Poteva essere nero e poteva andarmi peggio.