Ancora una volta il vertice dei ministri degli Affari Interni e Giustizia dell’Europa, espressione dei  28 paesi membri dell’Unione, si è concluso con un ‘nulla di fatto’, non c’è ancora l’accordo sulla redistribuzione dei 120 mila immigrati giunti nelle ultime ore in Europa; hanno detto no Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Romania, mentre la Polonia, anch’essa contraria all’accoglienza,  negli ultimi giorni ha ammorbidito le proprie posizioni. I punti di vista intransigenti dei paesi dell’Est hanno portato la Germania, al momento il paese a  maggiore numero di ospitati , a proporre un taglio ai finanziamenti per quei paesi che rifiutano la redistribuzione degli esuli.  

Rimane da chiedersi  perché i paesi dell’Est europeo siano così contrari all’ ospitalità, terre nelle quali, per diverse ragioni storiche e politiche, l’esodo è stato, per certi versi, atto di normale sopravvivenza. Ricordiamo che i loro territori sono stati nel tempo  oggetti di spartizioni territoriali per essere spesso inglobati in altre entità politiche, spogliati frequentemente di una decisiva e consapevole omogeneità culturale, abitati tradizionalmente da numerose minoranze e, alla fine, accolti nel 2004 nella comunità europea che ha offerto loro garanzie democratiche e aiuti economici necessari alla loro sopravvivenza economica. L’approdo europeo è sembrato, ai loro occhi ed a quelli dei paesi fondatori della comunità europea, l’atto costitutivo di quella  coscienza del diritto comunitario che è ben indicato nel 2° articolo del Trattato di Lisbona del 2007,  in cui si cita come condizione di ingresso nell’ Unione : “rispettare i principi di libertà, di democrazia, di rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nonché dello Stato di diritto”.

Parole altissime che poco si sposano con gli atteggiamenti odierni dei paesi dell’Est europeo di fronte alla questione immigrati. La verità è che l’accettazione dei principi umanitari sanciti dalla Commissione europea in merito alla questione delle quote distributive degli immigrati, rappresenta, per i detti paesi, un precedente pericoloso che sancirebbe definitivamente il fenomeno dell’immigrazione come questione europea e non come una grana nazionale, in tal modo sarebbe inevitabile la condivisione delle responsabilità nel dare risposta, in modo non egoistico ma solidale, alla tragedia umanitaria di questi ultimi mesi. Ovviamente mantenere la sovranità di uno stato è diritto sancito, ma se tale condizione si scontra con un problema umanitario più grande che mette in gioco tante vite , forse tale principio andrebbe ridiscusso con altri occhi.

Il problema sta nel fatto che appartenere alla comunità europea va molto bene quando tale appartenenza significa ricevere egoisticamente fondi strutturali, sono milioni i fondi Ue utilizzati da Paesi come Polonia, Ungheria e Romania per infrastrutture e altri progetti, va meno bene, perciò è necessario dire egoisticamente ‘No’, quando bisogna utilizzare risorse nazionali per scopi puramente umanitari ed è necessario condividere le difficoltà di paesi come l’Italia e la Grecia che, ormai da qualche anno, accolgono tanti derelitti a proprie spese, o quelle stesse difficoltà che vivono la Germania ed il Regno Unito che ospitano, in numero ormai considerevole, migliaia di profughi.

 Atteggiamenti, questi dei paesi dell’Est, a cui si sono subito agganciati i tanti populismi e nazionalismi che variegano lo scenario politico europeo, concorde nello schierarsi contro l’Europa per la mancanza di solidarietà dimostrata di fronte al problema, ignorando, o più sicuramente volendo ignorare, che le carenze organizzative debbono essere ricondotte soprattutto a certi governi nazionali che ostacolano sia la circolazione dei profughi che la loro sistemazione  e non alle istituzioni europee che, sebbene in modo incerto, stanno provando a dare soluzione condivisa al problema stesso.

Mancanza di responsabilità e lungimiranza, quella descritta, che finirà, se le cose non dovessero cambiare, per portare l’Europa ad implodere in merito al progetto di integrazione europeo, specie quando tali atteggiamenti si accompagnano a inefficaci   politiche nazionali. Paesi come quelli dell’Est, da cui ci si sarebbe aspettati una quasi totale condivisione delle problematiche  degli immigrati, hanno finito per rappresentare la faccia più cupa ed egoistica di un’Europa che ha invece bisogno di tutti per costruirsi come entità culturale condivisa, un’Europa che, senza la necessaria partecipazione a comuni  obiettivi e  responsabilità, rischia di  infilarsi nel vicolo cieco di  egoismi nazionali di antica memoria.

I falchi dei paesi dell’Est ‘spaccano’ l’Europa, per questo nella riunione dei ministri europei dell’8 ottobre, si dovrà decidere con una maggioranza qualificata e se Budapest capeggia il gruppo dei ribelli, ha infatti affermato di voler essere cancellata  anche dalla lista dei paesi beneficiari insieme ad Italia e Grecia, si dovrà inevitabilmente ridiscutere anche il Trattato di Schengen, indebolito quest’ultimo dalla decisione di Vienna e Bratislava di seguire le orme dell’Ungheria nel  porre barriere.

Amara constatazione quella che ci porta a pensare che la povertà non sempre è esente da orgoglio e  presunzione, tuttavia vogliamo credere che tale atteggiamento  sia solo figlio della paura di perdere ciò che si è conquistato con fatica e non sia solo il triste epigono di una cattiva cultura.