A partire dalla rivoluzione khomeinista del 1979, alle donne iraniane è stato proibito assistere alle competizioni maschili, la decisione sarebbe servita, secondo la legge islamica, a proteggere le donne dal comportamento “lascivo” dei tifosi maschi ed evitare quel contatto tra fan maschili e femminili che contrasterebbe con un non meglio identificato “interesse pubblico”.

Stiamo vivendo in questi giorni le emozioni delle Olimpiadi e il calore del pubblico, brasiliano e non, sta accompagnando tutte le prove sportive che in essa si svolgono, coinvolgendo popoli interi che tifano per i loro atleti, ma nelle competizioni maschili il pubblico femminile iraniano non ha il permesso di assistere, volendo possono seguire le gare attraverso la televisione.

La proibizione non ha impedito però ad alcune donne di quel paese di esibire, a Rio,  durante alcune gare maschili, striscioni sui quali erano scritte le parole: “Lasciate che le donne iraniane entrino nei loro stadi”!

Nonostante dapprima tali striscioni fossero stati rimossi dai responsabili della sicurezza brasiliana che non volevano permettere che durante le gare si manifestassero forme di protesta politica, si è poi deciso di lasciare che fossero mostrati stante il loro significato civile e sociale e condividendo, nella sostanza, la richiesta delle spettatrici iraniane presenti a Rio.

Nonostante pare vi sia una cauta apertura del Dipartimento di sicurezza del Ministero dello Sport e del Ministero dell’Interno iraniano sulla possibilità di consentire la presenza di un certo numero di  donne negli impianti dove si gioca la pallavolo e il basket, come dichiarato da Shahindokht Molaverdi, vice presidente  del governo iraniano  con delega alle donne e alla famiglia, rimane il divieto relativamente alle manifestazioni di nuoto e pugilato, momenti sportivi nei quali gli atleti sono solo parzialmente vestiti.

Da due anni alle donne iraniane è vietato entrare nei cinema in cui vengono trasmesse le partite di calcio della nazionale, divieti che ormai vengono sempre più visti dalle donne del paese come inaccettabili, sono ormai alcuni anni che esse chiedono al governo di aprire loro le porte degli stadi di calcio,  anche alla luce di quanto proposto qualche anno fa dal presidente Mahmoud Ahmadinejad che si era detto favorevole a tale possibilità, apertura però subito criticata dai grandi ayatollah sciiti che si erano fermamente opposti all’idea.

Negli ultimi anni la pallavolo è diventato uno sport molto popolare in Iran tra i giovani del paese, anche grazie al lavoro svolto da Velasco, ultimo Ct della nazionale iraniana, infatti durante le ultime gare della nazionale maschile di pallavolo, migliaia di ragazzi e ragazze hanno assistito dal vivo alle competizioni, ma la cosa ha destato preoccupazione tra gli agenti della sicurezza iraniana che non approva le adunate di giovani temendo che possano trasformarsi in manifestazioni contro il regime.

Dovendo limitare tali riunioni, la cosa più semplice ed immediata era dunque quella di vietarla, in modo categorico alle donne. Gli ayatollah sciiti hanno tenuto a ricordare che : “ Se fate entrare le donne sarà violenza”.

Di particolare significato è stato il caso di Ghoncheh Ghavami, studentessa di legge a Londra, condannata per essere andata allo stadio per protestare contro il divieto degli spalti alle donne, alla vigilia della partita di pallavolo Iran-Italia. Arrestata e tenuta in completo isolamento per 41 giorni senza conoscere il capo d’accusa e senza poter vedere un avvocato, pare sia stata accusata di “aver fatto propaganda contro il regime”. Solo lunghi scioperi della fame e numerose iniziative a suo favore in tutto il mondo, hanno portato all’attenzione internazionale la sua storia e le vere ragioni del suo arresto: essere andata in uno stadio sportivo!

Altro caso emblematico quello dell’avvocatessa saudita Suad Al Shammary, 48 anni, laureata in Diritto islamico, nota per il suo attivismo in difesa dei diritti delle donne, prima avvocata ad ottenere il permesso di apparire in tribunale durante una seduta pubblica e ben determinata a difendere due donne saudite che si erano messi alla guida di un’automobile sfidando il divieto imposto nel regno, poi arrestata per aver scritto tweet ironici sulla religione islamica e sulla “società maschile” del suo paese, contro la quale ella avrebbe più volte invitato le donne a ribellarsi.

Suad-Al-shannary

Ovviamente i conservatori sauditi, che già da tempo guardavano con sospetto la donna e le sue iniziative, hanno fatto in modo che fosse rinchiusa nel carcere di Gedda mentre l’ex imam della grande moschea della Mecca, Adel al-Kalbani, mesi fa aveva pregato perché “diventasse cieca e perdesse l’uso di una mano”.

Ci chiediamo a questo punto se è vero che lo sport è di tutti e se le donne possono turbarsi davanti ad un corpo maschile, gli uomini non possono subire lo stesso turbamento davanti a sportive donne? Se è vero che le islamiche sono ricoperte dalla testa ai piedi anche quando vanno al mare, ciò che non si vede non è più seducente perché immaginato?

Un mondo dunque che ha paura delle donne e nasconde tali paure dietro formule religiose e morali che coprono l’incapacità di valorizzare competenze ed abilità spesso assenti in alcuni uomini, un mondo che si nasconde dietro divieti incomprensibili destinati solo a rendere ridicoli coloro che li impongono e destinati, inevitabilmente, ad essere prima beffati e poi soppressi senza rimorsi dalla storia.