Carissimi,

a Natale vi scrivevo che eravamo costretti a una festa inedita, nella quale eravamo impediti di abbracciarci, stringere mani, perché la salvezza è oggi garantita dalla distanza, ciò che potrebbe isolarci progressivamente anche dopo che la pandemia sarà passata. Pure in questa Pasqua sarà lo stesso e la cosa ci pesa ancor più, perché avvertiamo tutti la stanchezza di una situazione che ci tocca dal punto di vista economico, affettivo, relazionale…

In questo clima di sfiducia crescente, il rischio più grande è quello di uccidere la speranza, di sentirci morire dentro, incapaci di vedere un futuro davanti a noi, di avanzare nel cammino stanchi e depressi, come quei due discepoli in viaggio verso Emmaus di cui si narra nel Vangelo secondo Luca (24,13-35). Ma questo non dobbiamo permettere che accada, perché uccidere la speranza vorrebbe dire, per noi, recidere ogni possibilità di rialzarci, di tornare a vivere. La speranza – dice san Paolo – non delude (Rm 5,5); e ancora: “Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera”(Rm 12,9-12).

Non solo non dobbiamo far morire in noi la speranza, ma dobbiamo portarla ad altri, con la forza dei piccoli gesti, di un sorriso, della vicinanza quotidiana, che può manifestarsi con una semplice telefonata, un segno di attenzione, un aiuto anche minimo. Allora davvero la vittoria del Signore sulla morte troverà si manifesterà nella nostra vita.

A tutti voi, il mio augurio più cordiale e sincero e la mia paterna benedizione.