In un mondo scosso dalla violenza e dall’egoismo, è ancora frequente il fenomeno dell’abbandono di neonati, fragili esseri che contano su chi più di altri dovrebbe amarli: i genitori, ma troppo spesso essi vengono rifiutati proprio da coloro che li dovrebbero proteggere. Tante le notizie di infanti abbandonati nel modo più indegno: in un cassonetto della spazzatura, tra i rifiuti o semplicemente non riconosciuti al momento della nascita. Per contrastare questo terribile fenomeno, è nato il progetto “Ninna ho frutto di un’idea della Fondazione Francesca Rava di KPMG, uno dei più importanti network di servizi professionali alle imprese a livello nazionale ed internazionale, in collaborazione con la Società Italiana di Neonatologia.

Dietro ogni abbandono ci sono situazioni di disagio psichico, certamente, ma non solo. Nel 37 % dei casi siamo di fronte a storie di donne con problemi sociali. Molte di loro lasciano il loro piccolo per paura di perdere il lavoro, le straniere lo fanno per paura di essere espulse o perché pensano di non essere in grado di crescere un bambino in terra straniera, altre per ragioni riconducibili ad una condizione economica difficile, tutte perché non sanno fronteggiare l’esperienza di una nuova vita e magari sperano, in molti casi, che il ritrovamento del piccolo possa trasformarsi in una occasione di benessere per la loro creatura.

Il fenomeno non è nuovo, era già presente nei secoli scorsi e per fronteggiarlo fu inventata la “Ruota degli esposti”, una bussola girevole di forma cilindrica, di solito costruita in legno, divisa in due parti chiuse per protezione da uno sportello: una verso l’interno ed un’altra verso l’esterno che, combaciando con un’apertura su un muro, permettesse di collocare, senza essere visti dall’interno, gli esposti, i  neonati abbandonati

Una delle più famose di queste “ruote” è stata quella del Complesso Monumentale dell’Annunziata a Napoli, nata nel XIV secolo insieme all’annessa chiesa, come istituzione assistenziale per la cura dell’infanzia abbandonata. Nel XVIII secolo, dopo un incendio, fu ricostruita da Luigi e Carlo Vanvitelli e presenta un raffinato portale marmoreo del Cinquecento, opera dell’artista Tommaso Malvito, che porta al monumentale cortile della Casa e alla “Ruota” lignea. Vicino alla ruota vi era una campanella, per avvertire chi di dovere di raccogliere il neonato, ed anche una feritoia nel muro, una specie di buca delle lettere, dove mettere offerte per sostenere chi si prendeva cura degli esposti e, per un eventuale successivo riconoscimento da parte di chi lo aveva abbandonato, al fine di testarne la legittimità, venivano inseriti nella ruota assieme al neonato, monili, documenti o altri segni distintivi. Il meccanismo era fatto in modo da mantenere l’anonimato di chi depositava il bambino. Gli ospiti dell’istituzione venivano chiamati “figli della Madonna”, “figli d’a Nunziata” o “esposti” e godevano di particolari privilegi.

Si deve a questa pratica l’origine etimologica del cognome “Esposito”, così comune a Napoli. 

Il progetto “Ninna ho” ha fatto in modo che in molti ospedali italiani fossero installate “culle termiche” che potessero accogliere bambini abbandonati; a Napoli , già dal 2008, è stata inaugurata una di queste culle  all’ingresso di via De Amicis del Policlinico di Napoli Federico II, realizzato dalla Kpmg e dalla Fondazione Rava in collaborazione con l’Associazione Soccorso Rosa-Azzurro.

Fino ad oggi questa culla era rimasta vuota, finchè martedì scorso la piccola saracinesca è entrata in funzione e nella culla è stato lasciato un bellissimo bambino di circa 3 settimane: Alessandro.

Che questo fosse il suo nome è stato accertato  dall’equipe medica della terapia intensiva neonatale (Tin), del Policlinico collinare che, sopraggiunta, ha trovato, sul posto, una donna di circa 25-30 anni, dai caratteri somatici e dall’accento tipicamente dell’est che, sfidando l’anonimato, ha aspettato di vedere l’arrivo dei medici e, dopo essersi qualificata come amica della madre del piccolo,  ha spiegato loro il motivo dell’abbandono.

Il piccolo sarebbe stato abbandonato dalla madre, dileguatasi subito dopo,  alle cure dell’amica a cui ha suggerito di affidare il figlio ad una parrocchia. L’amica, evidentemente a conoscenza della “culla per la vita”, ha deciso di depositare la creatura nel luogo in cui quest’ultimo avrebbe avuto tutte le cure e l’affetto necessario.

Nessuno sa se la storia raccontata dalla donna sia vera, ad ogni modo, avendo ella dichiarato che la mamma lo aveva chiamato Alessandro, tutti, medici ed infermieri, hanno continuato a chiamarlo così, un bambino bellissimo di 3,7 chili, ben nutrito e in condizioni perfette. Il Primario del reparto di Neonatologia, Francesco Raimondi, racconta come il piccolo, coccolato da tutti, come da prassi, è stato segnalato al Tribunale dei minori a cui spetterà istruire le dovute procedure per l’adottabilità.

I casi di abbandono in Italia superano i 3000 l’anno, ma le donne oggi non sono sole, possono scegliere di non registrare i loro nomi alla nascita del bambino – la dicitura è in questi casi :“nato da donna che non consente di essere nominata”-,  possono scegliere di lasciare il figlio presso il nosocomio affinché sia assicurata l’assistenza e anche la sua tutela giuridica – i bambini lasciati nei nidi per scelta della madre sono circa 400 l’anno –  o, in casi estremi, possono affidarsi alle ‘culle termiche’ predisposte in modo da dare ai piccoli la possibilità di essere assistiti ed avere un futuro.

Il triste fascino della “Ruota degli espostidella Federico II di Napoli ha dunque salvato una vita, esistenza a cui noi auguriamo tutta la fortuna possibile, meccanismo per certi versi primitivo, ma ancora capace di mediare fra rifiuto e affetto, fra negazione e dovere, fra paura e speranza.