Non sono emersi elementi formali e legali per non assegnare il lavoro ad Atr”, queste le parole del vicesindaco di Napoli Raffaele Del Giudice che ha spiegato così, al Corriere del Mezzogiorno,  l’assegnazione  dell’appalto per la rimozione dell’amianto nelle zone inquinate del napoletano, ad un’azienda di Acerra che vede, tra i suoi proprietari,  Giovanni Pellini, condannato in secondo grado per traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale a 7 anni di reclusione.

Nonostante il Del Giudice abbia affermato di essere “sempre più convinto della necessità di adeguare gli strumenti di monitoraggio delle imprese e di creare aziende pubbliche in grado di effettuare interventi di risanamento ambientale delicati e a rischio”, pare non siano emerse ragioni legali per impedire che l’appalto fosse assegnato alla Atr, tuttavia tale assegnazione ha scatenato forti polemiche tra quanti sono stati vittime dell’inquinamento selvaggio del napoletano.

L’attivista Alessandro Canavacciuolo, da tempo in prima linea contro lo scempio del territorio campano, grida la sua indignazione nei confronti di un’operazione che ha del paradossale, oltre che offensiva, nei confronti di quanti si battono, quotidianamente, contro il disastro e la mattanza abbattutasi in quei luoghi ormai tristemente sono noti come “terra dei fuochi”.

E’ vergognoso. Il nostro grido di dolore, il nostro amore per questa terra, le nostre paure corazzate di coraggio, non vi permetteranno minimamente di calpestarci di nuovo”, così Canavacciuolo a fronte dell’assegnazione dell’appalto di rimozione dell’amianto alla Atr, considerato inoltre che la gara da 240.000 euro è stata aggiudicata alla ditta di Pellini con un ribasso del 45%, battendo così la concorrenza dell’azienda Deflam.

Seppure formalmente non vi siano elementi di illegittimità, come precisato dal Palazzo della città, l’operazione ha scatenato una veemente protesta da parte dei comitati e delle associazioni a difesa dei territori inquinati, che disapprovano il fatto che un soggetto colpevole di gravi reati ambientali possa trasformarsi in operatore ecologico a salvaguardia di un ambiente da lui stesso contaminato.

L’aggiudicazione dell’appalto appare dunque come inappropriata moralmente da parte di quanti hanno seguito il processo a carico di Giovanni Pellini e dei suoi fratelli, Cuono e Salvatore, quest’ultimo ex maresciallo dei carabinieri, tutti accusati di aver avviato un traffico illecito di rifiuti con conseguente disastro ambientale nel territorio di Acerra, traffico che ha visto nel tempo il riversare, in quello sfortunato territorio, di tonnellate di rifiuti di ogni genere.

I Giudici di Appello, in merito alla condanna ai Pellini, così si erano espressi: “Gli imputati non risultano meritevoli delle attenuanti generiche, in ragione delle allarmanti modalità della condotta posta in essere (…) La condotta si connota di particolare gravità, tenuto conto della professionalità serbata nell’azione criminosa e del grave allarme sociale che promana dal fatto”.

La professionalità dei Pellini è ora, paradossalmente, al servizio del Comune di Napoli e della comunità, trasformatasi da inquinatrice a bonificatrice, tutto secondo legge.

La bonifica è ora nelle mani di chi ha inquinato, al guadagno ricavato da una pratica illecita si aggiunge dunque quello frutto della pulizia di quanto immesso nel terreno illegalmente, quasi dal danno alla beffa, dall’offesa alla farsa.

Se la legge consente operazioni ‘tecniche’ di questo tipo, come si può accettare, ci chiediamo,  che il tutto diventi solo procedimento burocratico, dimentico delle più elementari regole morali e di giustizia civile?

Può la dignità e la salute di tanti innocenti essere oggetto di ‘mercimonio tecnico-procedurale’? Si può ignorare o rifiutare l’esistenza di un limite oltre il quale il diritto individuale e sociale, il decoro morale, la decenza civile, l’onestà e l’orgoglio intellettuale non possono e non devono essere calpestati?