Aveva 85 anni Luciana Alpi, gli ultimi ventiquattro li ha trascorsi cercando la verità sulla morte della figlia Ilaria, la giornalista del Tg3 uccisa a Mogadiscio il 20 marzo 1994 insieme  al collega Miran Hrovatin, ventiquattro anni alla ricerca ostinata e spasmodica della verità intorno alla vicenda che aveva visto l’assassinio di sua figlia e i tanti tentativi di confondere fatti, personaggi e soprattutto cause dell’omicidio.

Una donna forte e coraggiosa la signora Luciana, convinta che la giustizia avrebbe fatto il suo corso sulla morte di Ilaria , una madre che è diventata un simbolo della ricerca della verità per un mondo migliore, ma anche una combattente per la giustizia che non si è mai arresa ai tentativi di depistaggio in merito alla morte della figlia, una donna che insieme al marito Giorgio, morto dieci anni fa, si è sostituita agli inquirenti cercando prove e  testimonianze che chiarissero le vere ragioni dell’eccidio.

Tanti i documenti che i due genitori hanno trovato e consegnato alla Commissione bicamerale d’inchiesta sulla Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo, documenti da cui emergevano problemi di malaffare in cui erano coinvolti personaggi  italo-somali, come per il progetto  per la strada Garoe-Bosaso, i pozzi e le navi della Shifco (società di navigazione il cui titolare era Mugne) per i quali Ilaria aveva scritto fra i suoi appunti : “Shifco/Mugne/1400 miliardi/dove è finita questa ingente mole di denaro?”.

Tra i misteri c’è poi l’ultima intervista che Ilaria Alpi ha fatto al sultano di Bosaso, Bogor, un filmato che avrebbe dovuto contenere circa tre ore di registrazione e del quale invece  sono stati trovati solo venti minuti, una conversazione  durante la quale Bogor riferì di stretti rapporti intrattenuti da alcuni funzionari italiani con il governo di Siad Barre, presidente e dittatore della Somalia dal 1969 al 1991, verso la fine degli anni ottanta.

Durante quell’intervista la giornalista chiede al sultano notizie della nave “Farax Oomar”, l’altra nave della Schifco, con a bordo 2 italiani e ormeggiata a Bosaso su cui indagava la giornalista Rai, ostaggio del clan di Ali Mahdi. Questa nave Serviva come garanzia del pagamento della tangente per il traffico d’armi Usa-Italia destinato a Zagabria . Ilaria Alpi aveva dei sospetti sulla vicenda. Cercò di chiarirli nella sua ultima intervista al sultano di Bosaso: gli chiese se la “Farax Oomar” ormeggiata in porto, era sotto sequestro. Una domanda fatale.

Prima dell’intervista, la giornalista e l’operatore Miran  Hrovatin, erano stati lungo la strada Garoe-Bosaso dove, quasi certamente, erano stati seppelliti rifiuti tossici di cui non si doveva sapere. Per la morte della Ilaria e del suo operatore è stato condannato un uomo, tale Hashi Omar Hassan, rimasto per sedici anni in carcere accusato da un falso testimone che lo ha indicato come sicario in cambio di danaro, una colpevolezza a cui non hanno mai creduto né Luciana né Giorgio Alpi.

Il 4 marzo 1999, nel corso del processo di primo grado, la signora Alpi aveva dichiarato: «Il funzionario cimiteriale ci disse che Ilaria non poteva essere tumulata perché non era stato riconosciuto il suo corpo. Ci chiesero se volevamo andare a fare il riconoscimento, ma noi preferimmo non andare […] ci avevano detto che il corpo era martoriato e allora io e mio marito abbiamo pensato che volevamo ricordarla come era il giorno in cui è uscita da casa nostra. Andarono mio fratello e mio cognato a riconoscere il corpo. Quando tornarono, ci dissero che il corpo di Ilaria era integro e aveva solamente la testa fasciata». Mistero che si sommava a mistero, falsità su falsità.

I coniugi Alpi decidono fin da allora, di diffidare delle istituzioni e cominciano ad indagare per proprio conto. Scoprono che mancano dei documenti medici, degli oggetti della figlia e che, dopo la morte di Ilaria, non era stata ritenuta necessaria nemmeno un’autopsia che accertasse le cause e le dinamiche della morte stessa.

La Commissione incaricata ad indagare sull’omicidio non è arrivata alla stesura di una relazione anche a causa dello scioglimento delle Camere e, ironia della sorte, è stata chiesta anche l’archiviazione del caso nonostante sia ormai appurato che non si è trattato di un furto conclusosi male, ma di un vero e proprio omicidio con lo scopo di eliminare una voce scomoda che avrebbe potuto denunciare ciò che doveva rimanere segreto.

Nell’estate del 2007 la procura di Roma ha chiesto l’archiviazione, respinta dal gip. Il giudice ha infatti accolto la richiesta dei genitori di Ilaria, rappresentati dall’avvocato Domenico D’Amati, di proseguire con le indagini. La ricostruzione della vicenda più probabile e ragionevole appare essere quella dell’omicidio su commissione, attuato per impedire che le notizie raccolte da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, in ordine ai traffici di armi e rifiuti tossici avvenuti tra l’Italia e la Somalia, venissero portate a conoscenza dell’opinione pubblica italiana.

Luciana, caparbia e determinata, ha continuato a chiedere giustizia e verità invocando anche le eventuali registrazioni di un satellite militare americano che avrebbe potuto conservare i momenti dell’agguato, ma tutto è rimasto inascoltato. Ulteriori intercettazioni del 2012 tra cittadini somali che parlavano dell’omicidio della giornalista italiana hanno attirato l’attenzione della procura, tuttavia, alla fine, si è nuovamente intrapresa la strada dell’archiviazione.

Due Paesi, Italia e Somalia, ripeteva Luciana, hanno ignorato, coperto, occultato, depistato, in questo quasi quarto di secolo,tutto per non svelare le responsabilità sul traffico internazionale di armi e di rifiuti tossici.

La verità è sempre scomoda, specie quando tocca interessi e poteri politici forti per i quali non esistono né scrupoli, né “sconti di pena”, chi dà fastidio deve scomparire.  Allora la lotta di Luciana Alpi è destinata a finire con la sua scomparsa? Noi crediamo che sia dovere civico e umano continuare il suo impegno e pretendere la verità, reclamare il diritto di cronaca e di informazione e soprattutto  rivendicare i diritti della libera voce della stampa e dei suoi rappresentanti.

Per tutte queste ragioni condividiamo l’hashtag #NoiNonArchiviamo.