La siccità è diventata ormai, nel nostro paese, fenomeno sempre più ricorrente, piove sempre meno, i ghiacciai in Italia, naturali elargitori delle acque per il periodo estivo, si stanno ritirando e comunque diminuendo di estensione, la carenza di acqua mette a rischio la produzione agricola e l’allevamento degli animali con conseguente diminuzione nella produzione di latte a causa di pascoli  non più all’altezza dei bisogni zootecnici.

I cambiamenti climatici vanno manifestandosi in modo sempre più significativo e sebbene la storia umana ci ricorda che tali modificazioni sono state ciclicamente ricorrenti sulla Terra, molte sono le concause che hanno accelerato il fenomeno.

I processi di desertificazione cominciarono ad essere studiati già verso la fine dell’800, ma il loro studio si limitò a fornire spiegazioni basate su cause naturali, cioè ad un normale inaridimento del clima. Più recentemente i fenomeni sono stati studiati non solo nelle loro componenti naturali, ma anche e soprattutto come dipendenti e conseguenti all’opera dell’uomo.

Quali allora le cause antropiche dell’inaridimento di tanti territori? Primo fra tutti l’intensificazione dei pascoli e il concomitante aumento del numero dei capi di bestiame allevati; inoltre  in un passato neanche tanto lontano, era praticato con elevata percentuale il nomadismo e quindi con esso lo spostamento dei capi di bestiame lungo percorsi  prestabiliti, estesi tratti di territorio  che però, proprio a causa del nomadismo, di norma non venivano percorsi per molti anni e ciò consentiva la ricrescita della vegetazione e il ripristino di un naturale equilibrio ambientale.

Quando il fenomeno del nomadismo si è interrotto in virtù della nascita di confini tra stati e dell’aumento della popolazione animale, l’allevamento del bestiame ha cominciato ad essere praticato in ristretti spazi di pascolo con conseguente impoverimento arboreo e un maggior consumo della copertura vegetale e dei suoi apparati radicali, che, se presenti, agiscono proteggendo il suolo dall’erosione e dal processo di desertificazione.

Altro fenomeno antropico responsabile di forme di desertificazione è stato il ricorso a tecniche agricole inadatte o al disboscamento di grandi spazi e, paradossalmente, l’irrigazione di zone aride.

Un involontario contributo al disastro ambientale si deve inoltre ai programmi di aiuto al Terzo Mondo da parte dei paesi occidentali. Sono stati inviati infatti in questi paesi, migliaia di capi di bestiame che hanno determinato un aumento sproporzionato della popolazione animale rispetto ai pascoli disponibili, in questo modo, in pochi anni, vastissime distese di savane e steppe sono state compromesse e trasformate in estesi campi di dune mobili.

Anche l’agricoltura intensiva che spesso non rispetta più le antiche pratiche della turnazione delle colture o del riposo periodico, ha contribuito alla rapidissima diminuzione dell’efficienza biologica dell’ambiente, con la compromissione dei raccolti, l’abbandono delle terre e il  conseguente impoverimento  delle superfici denudate.

Altro elemento antropico colpevole della desertificazione è stato il fenomeno del disboscamento di grandi superfici a causa dell’aumento della popolazione e del necessario bisogno di creare aree residenziali, ma accanto a tale pratica l’incremento demografico ha prodotto anche il bisogno di reperire sempre maggior combustibile, per la maggior parte legnoso, con progressiva distruzione di boschi e conseguente variazione del microclima al suolo e compromissione degli arbusti, fino all’irreversibile deperimento dell’associazione vegetale nel suo complesso.

In tempi più recenti, nonostante la costruzione di grandi invasi a partire dagli ultimi anni dell’800 fino a tutto il ‘900, il sistema di conservazione delle acque nel nostro paese ha mostrato i suoi limiti, esso è ormai  un sistema imponente ma fragile che, mai come in questo periodo, risulta insufficiente a  dissetare uomini e bestie, bagnare i campi, alimentare le turbine delle industrie, produrre energia, contenere le piene. Un’infrastruttura strategica, a tutti gli effetti, indebolita da decenni di trascuratezza, dalla penuria di adeguate risorse finanziarie, da una gestione frammentata ad opera di enti “gelosi” delle proprie prerogative.

538 grandi dighe ed oltre 9mila sbarramenti perdono, annualmente, oltre il 40% delle acque in essi presenti, inoltre l’età degli invasi principali è prossima ai 60 anni, il controllo degli stessi, anche a seguito di eventi tragici e tragedie ad essi riconducibili, è spesso passato allo Stato che, vuoi per ragioni economiche, vuoi per la vetustà delle opere, l’estrema variabilità dei carichi ambientali, gli eventi sismici, gli insediamenti antropici, fa fatica a mantenere il passo nella corretta gestione di essi. Basti pensare che nel 2013 la Direzione Grandi Dighe aveva individuato 155 invasi bisognosi di interventi urgenti di incremento e aumento della sicurezza.

Se è vero dunque che… Il clima cambia sempre ed è sempre cambiato, e non si vede perché non debba continuare a farlo, con o senza l’uomo… Che le stagioni non sono più quelle “di una volta”, lo diceva già Virgilio 2000 anni fa; ……. che “non ci sono più le mezze stagioni”, lo diceva anche Leopardi nello Zibaldone… è pur vero che una politica ambientale più accorta e un sistema di intercettazione e conservazione delle acque invernali più intelligente ed efficiente, potrebbe, senza dubbio, limitare le difficoltà idriche che oggi lamentiamo  e preservare il territorio da futuri ed inevitabili ulteriori  cambiamenti climatici.

Nel rispetto delle variazioni climatiche naturali, spetta dunque solo all’uomo decidere il futuro dell’ambiente in cui vive, partendo dalla tutela di esso, perchè rispettare la natura è l’unica forma di investimento su un futuro ancora prodigo di vita.