Nel fragore assordante del silenzio  nelle strade e nelle piazze vuote delle nostre città, da sempre invece simbolo di vita frenetica e spesso caotica, c’è un’altra voce che sembra urlare la sua presenza, quella della natura, di una madre di vita che si sta riappropriando del suo spazio, che, forse per la prima volta dalla nascita della società industriale, riesce finalmente a far sentire la sua voce.  Sommessamente, ma decisamente, si riappropria di spazi che le erano stati sottratti e  negati e rimodula i ritmi lenti, ma decisi, di una vita la cui esistenza abbiamo dimenticato.

I mari si stanno trasformando in limpide e trasparenti distese di vita, luoghi nei quali il tempo ha ripreso a scorrere nella sua naturale inesorabilità; le strade sono tornate ad essere il luogo nel quale animali hanno ripreso a correre rimpadronendosi di spazi fino ad oggi a loro negati. Il traffico sembra ormai un ricordo che va sbiadendosi sempre più, gli assembramenti: mercati, feste, passeggi, sono diventati emblemi di infezione e dunque di paura.

Siamo animali socievoli, “zoon politikon” diceva Aristotele, ma oggi la nostra socievolezza ed il bisogno di stare fra gli altri è diventato un privilegio che non ci possiamo permettere, unica compagna deve essere la solitudine o il ristretto nucleo familiare, la riscoperta di un tempo che abbiamo sempre pensato di non avere, di una individualità che disorienta, di una solitudine che avevamo sempre pensato non ci appartenesse.

Non siamo chiusi nelle nostre tane per una guerra fatta di bombe, di gas tossici o di nemici che ci attaccano con armi metalliche e letali, non siamo nella condizione di poterci difendere contrattaccando, non possiamo odiare un nemico che ci odia, organizzare una strategia di attacco o di contrattacco, siamo semplicemente alla mercè di un essere microscopico che non vediamo, non sappiamo come e dove si muove, che tipi di armi usa per sconfiggerci e per quanto tempo ci terrà sotto scacco perché ha grande disponibilità di armi, di mezzi, di tempo e di voglia, a sua volta, di sopravvivere.

La cosa più terribile è che non conosciamo come si muove, come arriva fino a noi e in che modo noi stessi diventiamo  il nemico dei nostri simili. Governi, fino a ieri potenti e padroni del mondo, delle persone e dell’economia, oggi tremano di fronte ad un virus che non possono e non sanno sconfiggere, Stati che chiudono, non solo le frontiere, ma anche la disponibilità a collaborare contro un nemico che non fa differenza fra potenti e ultimi, fra ricchi e poveri, fra giovani e vecchi, fra idealisti-pensatori e squallidi accaparratori, fra opulenti cittadini di un paese e poveri immigrati, fra buoni e cattivi. Nessuna differenza, tutto va bene ad un virus che pensa solo a se stesso e a come dilagare per espandersi e  sopravvivere a sua volta.

Ecco allora ricorrere al lockdown, a bloccare ogni movimento, ogni possibile elemento di contagio, ogni contatto fra persone, perché senza contatto umano il virus dovrebbe perdere il terreno sul quale svilupparsi, ma il lockdown significa solitudine, una solitudine ancora più terribile per quelle persone che non hanno affetti vicino,  per quei tanti anziani che vivono da soli, per quei bambini che, nell’epidemia, hanno perso tanti adulti che si occupavano di loro, per i tanti ammalati che, isolati dal mondo, perdono la vita in straziante solitudine, senza poter avere accanto chi li ama.

La natura dunque riprende il sopravvento, essa dimostra di poter fare a meno dell’uomo, ritorna in possesso di ciò che gli appartiene da sempre, senza grande fragore, in silenzio. Essa ci ha chiuso nelle case e ha ripristinato l’ordine delle cose, senza utilizzare bombe o costose armi distruttive, semplicemente rimettendo in moto il processo della natura, quel processo che sa come devono andare le cose e non guarda in faccia a nessuno per farlo.

Improvvisamente, grazie al prevalere della natura sul costruito dalla tecnologia e dei nostri futili bisogni,  ci accorgiamo delle piccole cose che cambiano con il cambiare delle stagioni, il cinguettio degli uccelli diventa sorprendentemente assordante, lo sbocciare dei fiori nei nostri giardini o nei vasi è sorprendente, non sono effetti visivi di vetrine luccicanti addobbate per la primavera, o di strade infiorate artificialmente, nulla è artificiale e tutto è incredibile e soprattutto impensato.

Ma la paura di ciò che sta accadendo ci travolge, ci investe senza pietà, disordina la nostra vita e soppianta valori nuovi ed inaspettati sostituendo quelli che credevamo fossero i nostri unici riferimenti. Improvvisamente però, per molti di noi, la situazione inaspettata consente di riscoprire i valori familiari, lo stare a casa per tutto il tempo che si vuole, il tempo per parlare, di ridere insieme, di cucinare cose che non avremmo mai preparato per ragioni di tempo e di volontà, per confrontarci……magari per un flashmob sonoro da finestre e terrazzi, tutto per riscoprirci e sdrammatizzare il senso di impotenza e paura.

Come possiamo rispondere a tutto ciò? Dobbiamo aspettare “l’immunità di gregge” e le migliaia di morti, come vagheggiava il premier inglese Boris Johnson fino a qualche giorno fa e prima che il Covid 19 lo colpisse? Dobbiamo credere alle parole del Presidente americano Donald Trump che vagheggiava di un coronavirus come “montatura” e dell’opportunità di andare tranquillamente al lavoro? Oppure dobbiamo chiuderci nei nostri spazi nazionali e tentare di sopravvivere pensando solo a noi stessi? Quale coerenza c’è però nel voler affrontare un nemico comune da soli?

Cambiare le nostre abitudini non è facile, stare chiusi in casa e innaturale, stravolgere prassi e bisogni ci destabilizza, perdere il proprio lavoro a causa della chiusura di attività economiche ci toglie ogni sicurezza, cosa fare allora oltre che aspettare che scienziati e virologi trovino un vaccino contro questa peste del 2020?

Oggi l’Europa, dopo molti disaccordi fra gli stati e troppi egoismi nazionalistici, sta cercando una soluzione, almeno economica, che possa venire incontro alle enormi spese che ogni paese deve affrontare dal punto di vista sanitario, forse inizia a diffondersi la consapevolezza che da soli non si va da nessuna parte, che l’unico modo per difenderci da quanto sta accadendo è unirsi nella ricerca, negli aiuti economici e in quelli sanitari, perché come diceva il vecchio detto “l’unione fa la forza”!

Collaborare ed aiutarsi, senza differenze di lingua, di cultura, di tradizioni, di storia, è dunque l’unico modo che abbiamo per difenderci da un nemico che oltre a seminare la morte, semina paure e voglia di fuggire, diffonde un senso di dubbio nel domani e negli altri, travolge certezze consolidate e ci pone davanti ad un diverso modo di organizzare le nostre vite, ad un diverso modo di progettare il nostro futuro e, soprattutto, ad un diverso modo di misurare valori e certezze una volta ritenuti incrollabili.