…e dunque. Ricapitoliamo un po’.

C’è gente, in giro, che ce l’ha a tal punto con i pipistrelli che vorrebbe che l’Uomo s’inventasse qualcosa pur di annientarli, pur di sradicarli letteralmente dalla Terra.

Pochi sanno (e neanche, ad essere sincero, io stesso prima d’ora) che la specie “pipistrello” (cheròttero, denominazione scientifica) è la seconda, dopo quella dei topi, numericamente presente sul nostro pianeta. Si calcola che ce ne siano in giro, tra le varie specie e sottospecie, almeno 8 miliardi di esemplari, divisi in 1100 specie, dislocati su tutto il globo eccezion fatta per le regioni polari.

I pipistrelli hanno una vita media abbastanza lunga (alcuni esemplari raggiungono anche i 30 anni), dovuta al fatto che essi hanno sviluppato, nel corso dell’evoluzione, un così elevato numero di anticorpi da risultare, pressoché, immuni dalle degenerazioni patologiche dei virus che li aggrediscono. Ed ecco che, quegli stessi virus, avendo necessità di vivere e riprodursi in qualche modo, hanno necessità di cercare nuovi ospiti su cui stanziarsi e proliferare. Di qui il fenomeno del cosiddetto salto di specie, in base al quale il virus, di cui il pipistrello è portatore sano, è costretto a “migrare” su altri animali e, in alcuni casi, anche sull’uomo, come nel caso di alcune malattie come la rabbia, l’ebola, l’aviaria e, da ultimo, anche il famigerato coronavirus COVID-19.

Ma il pipistrello ha anche, e soprattutto direi, un’importanza fondamentale nella catena ecologica. E’ predatore principale di un gran numero di insetti, che a loro volta distruggono le colture alimentari, che a loro volta consentono all’uomo di nutrirsi e campare.

Oltre a tenere sotto controllo il numero degli insetti nocivi, limitando i danni da questi arrecati a raccolti e boschi, alcune specie di pipistrelli assolvono anche un’azione di dispersione dei semi di piante accelerando il rimboschimento di aree bruciate o disboscate. Altre specie fungono da impollinatori, proprio come le api, anzi detengono l’esclusiva mondiale dell’impollinazione di piante di grande importanza economica, come ad esempio il cocco. Anche il guano (la cacca) che producono è uno dei migliori fertilizzanti esistenti al mondo oltre ad essere l’unica fonte di nutrimento per altre forme di vita esistenti in natura, anch’esse a loro volta fondamentali nella salvaguardia degli equilibri dell’ecosistema.

Ed ancora. La longevità dei pipistrelli (30 anni sono un’eternità!) è fonte di ricerca medico-scientifica sulle cause dell’invecchiamento dell’uomo ed, in particolare per lo studio di malattie cardio-vascolari, dalle quali quei piccoli animaletti restano praticamente immuni nonostante gli elevati tassi di colesterolo presenti nel loro sangue.

Possiamo, dunque, sinteticamente affermare che i tanto odiati e fastidiosi “topi volanti” contribuiscano a darci raccolti più sani (anzi, a darci gli stessi raccolti), garantiscano la continuità degli ecosistemi forestali, ci permettano di avere frutta da mangiare e, non ultimo, ci tornino utilissimi per la ricerca scientifica.

In poche parole, l’eventuale estinzione forzata della specie metterebbe in seria discussione la stessa sopravvivenza della razza umana.

Tutto questo si spiega in una sola parola: ecosistema.

Si dirà: cosa c’entra tutto questo con il calcio?

Nulla, ovviamente. Almeno all’apparenza.

Ma proviamo, soltanto per un attimo, ad immaginare di attribuire al prefisso “eco”, contenuto nel termine ecosistema, il significato di “economico” in luogo di di “ecologico”. Ci prendiamo, insomma, una piccola “licenza etimologica”.

Sebbene da più parti (e forse, per certi versi, anche giustamente) criticato per la troppa mondanità presente al suo interno ed esternata ad ogni occasione dai suoi maggiori rappresentanti, il “Sistema Calcio” costituisce un fattore determinante per la crescita economica interna, e non soltanto in Italia, ma anche in Europa (e quindi, nel mondo); contribuisce, inoltre, a garantire la sopravvivenza dell’intero sistema economico (“ecosistema”, nella sua accezione di comodo).

Quelle che possono sembrare, ad esempio, a prima e sommaria vista, delle semplici e normali attività per alcuni addirittura inutili e voluttuarie (tipo recarsi allo stadio per assistere ad un incontro di calcio, sottoscrivere un abbonamento alle TV a pagamento, o semplicemente acquistare gadget e magliette presso i vari “stores” ufficiali), sono in realtà attività quotidiane che si ripetono con tale frequenza ed in misure sempre crescenti da incidere in maniera determinante sulla crescita del Prodotto Interno Lordo. Così come è strettamente legato al “sistema”, ad esempio, creare società calcistiche, iscriversi ad un campionato dilettantistico, pagare gli stipendi non solo ai calciatori, ma anche al personale tecnico ed amministrativo, o portare a termine operazioni di mercato.

Tutti esempi, banali quanto si voglia, ma comunque significativi di come il mondo del calcio, troppo spesso criticato, odiato, bersagliato, non rappresenti soltanto un importantissimo fattore di crescita per l’economia, ma garantisca la sua stessa “tenuta”.

Si pensi soltanto a tutto l’indotto economico (compreso, perché no, quello sommerso) che ruota intorno all’intero sistema. Alberghi, bar, ristornati, tour operators, agenzie di viaggio, aziende del trasporto aereo, marittimo e terrestre, aziende operanti nell’ambito della musica e dello spettacolo, organi dell’informazione cartacea, radiofonica e televisiva, televisioni in chiaro, pay-tv, servizi di streaming on-line, agenzie di scommesse sportive. Insomma, praticamente tutte le categorie economiche, dal piccolo venditore ambulante di bandiere o generi alimentari fuori o all’interno degli stadi fino alle grandi aziende nazionali e multinazionali che investono nel sistema milioni di euro per pubblicizzare i loro prodotti (sponsorizzazioni) e che vedrebbero, nel caso di default del sistema calcio, sparire (o nella migliore delle ipotesi, perdere di efficacia comunicativa) il più importante veicolo mediatico per la pubblicizzazione dei propri prodotti/servizi al punto di vedersi abbattere in misura tale i propri fatturati da temere per la loro stessa sopravvivenza. Senza pensare, poi, a quante persone sarebbero licenziate e perderebbero il proprio lavoro, spesso unica fonte di sussistenza per le famiglie.

Insomma, dietro al calcio “c’è tutto un mondo intorno” (cit.Matia Bazar) che gravita e che da esso dipende; non è soltanto un “simbolo di leggerezza, passione e di gioco” come improvvidamente e populisticamente definito dal ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, in cerca, evidentemente, di visibilità mediatica e politica e di consenso in termini elettorali.

Uno studio realizzato qualche anno fa dalla FIGC e presentato finanche in Parlamento, (del quale il giovane “ministro “ non è evidentemente a conoscenza) intitolato “Il conto economico del Calcio Italiano”, con la collaborazione di una delle più importanti aziende di consulenza (Deloitte & Touche) rivelò in maniera incontrovertibile l’incidenza dell’industria del calcio sull’andamento della situazione economica interna ed in particolar modo, sul PIL (Prodotto Interno Lordo). Lo studio partì dall’analisi di bilanci delle società di calcio professionistico e dai dati relativi all’organizzazione e allo svolgimento dei campionati dilettantistici e giovanili.

Ebbene, da tale analisi emerse che la produzione complessiva del calcio italiano ha un valore di costo pari all’incirca a 4 miliardi e mezzo di euro, di cui poco più di 3,2 miliardi (73%) derivante dai soli campionati professionistici.

Le voci di costo più rilevanti sono risultate quelle legate alle retribuzioni e ai compensi (calciatori, dirigenti, personale), agli oneri corrisposti per le operazioni di mercato, oltre ad altre voci relative ad oneri finanziari (tanti e, quindi, banche arricchite) ed imposte dirette ed indirette (quindi denaro che affluisce nelle casse statali).

Insomma, una torta da cui mangiano tutti, ma proprio tutti o, se preferite, una “zezzenella” da cui succhiano il latte in tanti.

La conclusione a cui giunse il report finanziario fu che il calcio contribuisce per il 7% alla crescita del  PIL.

Bisogna poi aggiungere altri due importanti fattori che emersero dal rapporto FIGC: il primo rivelò che lindustria Calcio contribuisce ad aumentare i redditi di famiglie ed imprese per circa 25 miliardi di euro; il secondo che garantisce un’occupazione di circa 250.000 lavoratori. Il che sta a significare che lo Stato può beneficiare di ulteriori entrate fiscali sotto forma di ritenute alla fonte pari all’incirca a 2,50 miliardi annui, che sommati alle imposte dirette ed indirette mediamente versate dalle società calcistiche, garantiscono all’Erario un totale di entrate pari a 7 miliardi di euro (senza contare gli incassi provenienti dalle imposte gravanti sulle vincite di giochi e scommesse).

Se consideriamo che il fabbisogno annuale dello Stato (Legge di Stabilità o di bilancio che dir si voglia) si aggira mediamente intorno ai 35 miliardi, si può senz’altro concludere che l’industria calcio e tutto il suo indotto contribuisca ogni anno alle entrate dello Stato italiano per il 2% del totale..

Non si tratta, quindi, di semplice sport, né tantomeno di 22 uomini in mutande, privilegiati che corrono dietro ad un pallone come in tanti detrattori lo definiscono (Spadafora compreso, evidentemente, anche se non lo dice apertamente, ci mancherebbe!), ma di una realtà economica della quale lo stato italiano non può fare a meno.

Come l’umanità dei pipistrelli.