L’8 agosto di 61 anni fa 136 nostri connazionali persero la vita nel disastro della miniera di Marcinelle in Belgio, oggi, a distanza di tanti anni vogliamo ricordare quegli uomini che, per necessità si videro costretti ad emigrare in un paese straniero per sperare in un futuro migliore, per se stessi e per le loro famiglie.

Erano passati pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale, il paese era allo stremo, le grandi città distrutte dai bombardamenti, le campagne spopolate, le industrie ancora in lenta fase di riconversione, la popolazione faticava a sopravvivere economicamente, l’Italia era un paese che cercava di ricostruirsi e stentava a riedificare la speranza dei suoi cittadini. Un tempo in cui tutto era accettabile pur di sopravvivere degnamente, un momento in cui alcuni manifesti che comparivano in molte città d’Italia e  promettevano lavoro, salario certo, carbone gratuito e certezze, finirono con il diventare l’attrattiva di tanti che avevano bisogno di quelle certezze come l’aria per respirare.

140mila emigranti italiani erano stati attirati in Belgio da quei manifesti che promettevano: “Solo 18 ore di treno per arrivare in Belgio”–  erano indicati i salari, sicuramente migliori rispetto a quelli italiani – e poi tante promesse: “Assenze giustificate per motivi di famiglia, carbone gratuito, biglietti ferroviari gratuiti, premio di natalità, ferie, vitto e alloggio presso la cantina della miniera, contratto annuale…”…. e poi la promessa che faceva decidere per il sì: “Compiute le semplici formalità d’uso, la vostra famiglia potrà raggiungervi in Belgio”

La metà di quanti partirono in quel tempo per le miniere di Marcinelle erano abruzzesi, altri erano calabresi, una tragedia che tutti ricordano ancora oggi a Manoppello, Lettomanoppello e Turrivalignani in Abruzzo; a Crotone, a San Giovanni in Fiore e a Castelsitrano in Calabria.

L’Abruzzo nel 1945 era un luogo di fame, c’era la campagna povera e ancora più povera era la pastorizia. Manoppello e la vicina Lettomanoppello erano i due paesi degli scalpellini abruzzesi, abilissimi artigiani che plasmavano la pietra nera e bianca della Maiella. Ma il dopoguerra aveva seppellito questo mestiere e riempito la vita di stenti. Gli uomini emigravano in America, in Australia, in Francia. E in Belgio!

Il paese tutto però aveva fame di energia e fu per questo che il governo italiano stipulò, con quello belga, un accordo di tipo schiavistico che prevedeva l’arrivo in Belgio di un gran numero di braccia  in cambio di carbone : “ Per ogni scaglione di 1000 operai italiani che lavoreranno nelle miniere, il Belgio esporterà verso l’Italia: tonn. 2500 mensili di carbone se la produzione sarà inferiore a tonn. 1.750.000 tonn.; 3500 mensili per 2 milioni di tonn; 5000 mensili per più di 2 milioni di tonn.”. E’ un cambio di uomini per carbone. Da ogni emigrante in Belgio l’Italia avrebbe avuto quintali di carbone a basso costo per le industrie del triangolo industriale.

Nessun accenno a criteri di sicurezza sul posto di lavoro, nessuna assicurazione seria sulla salute né su possibili incendi, né riferimenti a tutele sulla vecchiaia, i nostri migranti erano un gregge da sfruttare a buon mercato!

A chi obiettava che quei poveracci avrebbero avuto grandi difficoltà nell’accoglienza – erano pochi i locali dove gli italiani potevano entrare, in molti c’era scritto: “Ni chiens ni italien”, oppure si sentivano dire: “Sales macaronì” (andate via macaroni) – il governo italiano, per bocca del Presidente del Consiglio De Gasperi, affermava con cinismo: “Che imparino le lingue! Che emigrino!”

I lavoratori che dunque arrivavano in Belgio alloggiavano, nei pressi delle miniere, in baracche che erano state utilizzate in guerra dai tedeschi per i prigionieri di guerra sovietici e dagli americani per quelli tedeschi, non c’erano servizi al loro interno e l’acqua era una fontana per tutti.

Il più giovane dei nostri lavoratori deceduti a Marcinelle aveva solo 16 anni, si chiamava Antonio Sacco, un ragazzo pieno di sogni che vide la sua vita chiudersi in una galleria invasa dal fuoco e dal fumo, il viso imbrattato di fuliggine nera, le braccia, divenute per forza maggiore quelle di un uomo, inutilmente a schermo di un destino crudele e indifferente.

L’emigrazione, specie se obbligata, è sempre una scelta amara, per questo non possiamo non ricordare che ancora oggi tanti nostri giovani scelgono la strada dell’addio al loro paese per vedere realizzati i loro sogni. La molla che muove le loro scelte sono ovviamente oggi assai diverse dal passato, chi sceglie di emigrare è detentore di un titolo di studio superiore, va all’estero per avere quelle possibilità lavorative che il proprio paese non assicura,  i flussi di nuova emigrazione che si registrano nell’ultimo decennio, sono determinati esclusivamente dal mercato, sia all’interno della UE (definita come nuova mobilità legata al mercato unico e agli accordi di libera circolazione – trattato di Schengen), sia oltre oceano.

Molti di loro si affermano e raggiungono quegli obiettivi che la patria ha negato loro di conseguire, tuttavia troppo spesso diventano un patrimonio di conoscenze e abilità che il nostro paese perde, una ricchezza che va perduta  e che oggi, paradossalmente, è numericamente pari a circa 50mila italiani che hanno fatto le valigie,  un numero significativo che nel 2012 ha prodotto una quantità maggiore di emigranti rispetto agli immigrati.

L’emigrazione è un fatto umano, la storia ce lo racconta, ma forse essa non calcola il prezzo dell’obbligo che sta alla sua base, un onere che può diventare insostenibile quando la necessità annulla l’amore per la propria terra…..se non la vita stessa.