Il suono di un inconsueto strofinio, stanotte alle due, mi ha svegliata. Ho cercato di capire cosa fosse, senza riuscirci e mi sono decisa ad abbandonare il letto per guardare dalla finestra. Mi sono limitata a sbirciare tra le persiane, in verità , e ho capito. Erano due attacchini che, armati di una lunga scala e strumenti vari, sostituivano un cartellone pubblicitario. Ingrato lavoro, ho pensato. Ma lavoro, mi sono detta poi, considerando, anche mezza addormentata, l’attuale situazione politico-sociale.

Poi, visto che ormai ero sveglia, ho dato un’occhiata al mercato poco lontano. Il fioraio era già lì, a sistemare vasi e fiori, provocando un leggero acciottolio parzialmente attenuato dall’accortezza con la quale venivano sistemati.
Accanto a lui, la bancarella del  fruttivendolo cominciava a colorarsi di verde di giallo di arancio, mentre le cassette svuotate venivano impilate con piccoli tonfi soffocati.
L’immancabile (ahimè) sirena di un’ambulanza ha turbato il silenzio, relativo ma  tranquillizzante, suscitando, tuttavia, un’ombra di angoscia.
Ha  suoni particolari, la notte.
Disarmonie che raccontano la vita lontano dal giorno: il furgone dei netturbini; l’accelerata d’un tassista; la serranda della farmacia di turno; una motocicletta in fuga; il monologo ad alta voce di un povero ubriaco solo…
Sono tornata a letto, ad ascoltare ancora,  perché  in fondo a me piacciono questi rumori, mi tengono compagnia. Non potrei riposare serenamente in campagna o, comunque, in un luogo isolato.
Chiudo gli occhi e cerco di riprendere sonno, mentre sento le voci di due ragazzi (così  mi sembra) che camminano alla luce dei lampioni, con passi pesanti, e si chiedono in quale strada siano finiti.
Le mille strane confortanti voci della notte