Il problema delle Fake news è diventato ormai ricorrente nella cronaca e negli studi sociologici; per il Collins Dictionary «fake news» è il termine dell’anno 2017, letteralmente significa “notizie false”, “bufale”, notizie cioè inventate allo scopo di distorcere la verità a vantaggio di qualcosa o qualcuno e costruite in modo da diventare esse stesse verità, in quanto espressione di ciò che la gente vuole o si aspetta di sentire.

Le “bufale”…

Ci piace il falso e la verità a volte può apparire noiosa, scontata, poco interessante, ma quando questa viene distorta per gratificare la parte più nascosta del nostro sentire, allora le “bufale” prendono piede e si trasformano facilmente in verità.

Il problema però non è tanto o solo psicologico, ma sta diventando un problema sociale, una vera e propria minaccia alla democrazia in quanto troppo spesso le notizie false si sostituiscono facilmente alla verità. “Le false informazioni si diffondono ad un ritmo inquietante, e minacciano la reputazione dei media, il benessere delle nostre democrazie, e i nostri valori democratici. Per questo dobbiamo elaborare meccanismi per identificare le fake news e limitarne la circolazione. Se non prendiamo misure a livello europeo, il rischio è grande che la situazione si avveleni”, così si è espressa Mariya Gabriel, politica bulgara, Commissario europeo per l’economia e la società digitali, in occasione della prima riunione del Gruppo cui appartiene, ritrovatosi per elaborare strategie contro il fenomeno.

Le “false notizie” in realtà sono sempre esistite, oggi però esse hanno fatto un salto di qualità, al punto che il World Economic Forum ha inserito la disinformazione digitale tra i grandi rischi globali del nostro tempo. E’ vero dunque che le “false notizie” non sono più quelle tra comari o di un vanitoso macho, passate da porta a porta, esse hanno trovato una strada molto più veloce e diffusiva del passato: quei social attraverso i quali ci si connette con il mondo intero e che garantiscono  anonimato a chiunque li usi.

Le notizie false sono ormai all’ordine del giorno: si insinuano nelle bacheche di Facebook, rimbalzano sui media tradizionali, vengono elaborate ed utilizzate come strumento di propaganda politica. In definitiva, influiscono in maniera concreta sulle nostre opinioni perché si ammantano di quel fascino pruriginoso che gratifica i nostri istinti più bassi, semplificano la complessità della società in cui viviamo evitando troppi sforzi di elaborazione e poi, inutile negarlo, come confermano gli esperti di marketing, se qualcosa ci piace sarà più semplice considerarla valida.

D’altra parte la psicologia racconta che se è vero che siamo esseri umani fatti di razionalità ed emotività, è vero anche che è proprio l’area del cervello deputata alla emotività quella che si attiva per prima di fronte ad ogni impulso e con essa quei bias di conferma verso quanto ci asseconda.

E’ anche vero che forte è su di noi l’influenza della cerchia cui apparteniamo, ma quando ci ritroviamo sui social questa influenza viene enfatizzata dalla così detta filter bubble, un algoritmo mentale che ci indirizza verso ciò che vogliamo leggere e ci restituisce le risposte che stiamo cercando, a prescindere che esse siano vere oppure no.

Finiamo con il concretizzare quella che viene definita post-truth, ovvero post verità, cioè quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza. Nella post verità però la notizia viene accettata come vera in quanto riflesso di proprie emozioni e/o sensazioni, in un processo in cui i fatti oggettivi, accertabili ed accertati, sono meno influenti della verità, ma hanno un peso enorme nell’influenzare e formare un’opinione pubblica sempre più dipendente e condizionata dalla rete.

Forte l’uso delle fake news in campo politico, sempre più spesso sono utilizzate per screditare l’avversario  di turno, o come strumento di propaganda politica e, in ogni caso, finiscono con l’influenzare, anche indirettamente, le nostre opinioni. E’ sempre più difficile sfuggire ad esse, si insinuano nelle bacheche di Facebook, rimbalzano sui media tradizionali e non, si vestono di verità e, in questo modo, uccidono la stessa verità che appare invece banale e poco gratificante.

Come dimenticare l’ormai citatissimo esempio delle armi di distruzione di massa per attaccare l’Iraq nel 2003? O i favori elargiti, a turno, ai vari inesistenti parenti dell’Onorevole Boldrini? O ai nascosti meccanismi di false notizie utilizzate durante la campagna elettorale di D. Trump?

I motivi di tale pratica sono ovviamente svariati, due però le motivazioni principali di essa: la politica, soprattutto da parte dei mandanti, ed economica, da parte degli esecutori. Come hanno dichiarato alcuni gestori di siti che fanno rimbalzare contenuti cosidetti Fake, creare reti di portali che lanciano e rilanciano titoli sensazionalistici sui social con l’aiuto di account più o meno reali, è molto remunerativo.

Venendo condivise e commentate quanto se non più delle notizie pubblicate online dai media tradizionali, le fak news diventano verità difficili da demolire, se non attraverso smentite ufficiali che fanno fatica ad essere accettate immediatamente come vere.

Le “false verità” sono diventate allora una vera forma di minaccia alle regole democratiche del vivere civile, pericolo contro il quale si chiede sempre più fortemente la formulazione e l’applicazione di leggi che regolamentino la loro pubblicazione, come pure si chiede che ci siano controlli sui social, divenuti ormai strumenti di una “democrazia collettiva  malata”.

In attesa di regole che sanino quest’ultima minaccia alla nostra civile convivenza, forse non sarebbe sbagliato adottare il criterio di non accettare per vera qualsiasi notizia, anche quella a noi più gradita, senza prima verificarne l’attendibilità, ma soprattutto  senza dimenticare che siamo esseri pensanti, non pecore da condurre ad un qualsiasi ovile di turno.