Tanti anni fa, a Benevento, compravamo il pane da “Micillo”: le fantastiche pagnottelle da un chilo che  rimanevano morbide una settimana. Quando lasciai la mia città, mio padre non dimenticava mai di portarmene qualcuna. Insieme a lui e a mia madre, arrivavano  il sapore e il profumo dei luoghi cari.  Non ho trovato in nessun altro posto un pane così buono da mangiarlo con piacere anche senza companatico!

È l’alimento sacro per eccellenza, non solo perchè simbolico per i cattolici, ma perchè è casa, è famiglia, è tradizione.
Mia nonna preparava il pancotto con le uova, adoperando quello più secco; mia madre lo sbriciolava sulle sue favolose “barchette” di melanzane; la zia Flora lo friggeva   in “tocchetti”… Insomma, non se ne sprecava una briciola! E saporitissimo era – ed è – condito con pomodori, basilico, sale e tanto olio.

Beh, le ricette si sprecano, specialmente al Sud, dove il pane è quasi venerato perchè legato a tradizioni, storia e… fame. Guai, a sciuparlo: è peccato. Si seguiva  un rito per quello che proprio non si poteva mangiare: si faceva a pezzetti sui quali si deponeva un bacio e poi  si buttava. (io lo ripeto ancora…). E il famoso “zuppone” in casa Cupiello è passato alla storia. Oggi ci sono tanti , troppi tipi di pane, per ogni gusto, ma quello che ricordo io è inarrivabile, caldo e fragrante com’era.

Non c’è dieta che possa convincere a escludere il pane, credo.
Anzi, solo scrivendone mi è venuta fame!