Uccisa da una bomba piazzata sulla sua auto, in chiaro stile mafioso, la giornalista investigativa maltese Daphne Caruana Galizia, voce di una stampa libera  che aveva denunciato per corruzione molti membri del governo del suo paese.

La cronista di 53 anni aveva seguito e denunciato i brogli e il malaffare relativo al Panama Papers, un fascicolo riservato ricco di documenti compromettenti relativi ad oltre 214.000 società offshore utilizzate da individui ricchi, compresi alcuni funzionari pubblici maltesi, per nascondere i loro soldi  al controllo statale.

La sua voce, che raggiungeva il pubblico attraverso il suo blog personale Running Commentary”, evidentemente faceva paura, come spesso accade per tanti giornalisti che, con coraggio e determinazione, denunciano tante forme di malaffare.

Ancora sanguina  il ricordo della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, freddati da una scarica di kalashnikov in Somalia, a pochi passi dall’ambasciata italiana a Mogadiscio, perché impegnati nello studio di una pista su un traffico di armi e rifiuti tossici che coinvolgeva sia i signori della guerra locali sia delle navi provenienti dall’Italia.

Mezz’ora prima di essere uccisa la Galizia  aveva pubblicato il suo ultimo articolo che si concludeva con la frase : “Ci sono criminali ovunque guardi, la situazione è disperata”, poi il boato e la fine di una vita e di un coraggioso percorso di denuncia delle illegalità, una strada irta di difficoltà e pericoli che però non le hanno mai impedito di cercare e perseguire la verità, fino alla fine.

Lo scorso maggio aveva seguito lo scandalo “Malta-files”, un’inchiesta che aveva fatto luce su come Malta fosse diventata la” base pirata per l’evasione fiscale in UE”, come appurato anche dai giornalisti della testata italiana L’Espresso. A quell’ inchiesta era poi seguita l’altra, quella dei Panama Papers con la quale la giornalista aveva evidenziato il fatto che due compagnie off-shore fossero intestate al ministro dell’Energia maltese Konrad Mizzi e la capo dello staff del premier, Keith Schembri. Fu proprio a seguito di quest’ultima inchiesta che la Galizia fu denominata “ una donna Wikileaks”.

Solo 15 giorni fa la cronista aveva presentato una denuncia per aver ricevuto minacce di morte, ciò nonostante il suo blog non ha mai smesso di denunciare il malaffare, anche contro il governo del suo paese che, a suo dire, era artefice dell’ “altra economia dell’isola”, un luogo divenuto paradiso fiscale al punto da meritarsi l’appellativo di “Panama del Mediterraneo”.

Dopo la sua morte, immediatamente seguita  dalle parole contrite e giustizialiste del primo ministro Muscat, già oggetto di denunce da parte della giornalista maltese, con le quali egli ha definito l’ omicidio “Un atto barbarico”, la famiglia ha chiesto alle autorità la sostituzione del magistrato che dovrebbe seguire le indagini sulla morte della Galizia, tale Consuelo Scerri Herrera, già “titolare di procedimenti giudiziari contro la giornalista a causa dei suoi articoli”, quasi ultimo ingiurio alla memoria di una donna che ha dato la vita per la verità e la giustizia.

La stampa fa paura, soprattutto quando è la voce libera di una società che non accetta la sudditanza al malaffare o alla sopraffazione della stessa libertà di parola; i potenti la temono e cercano o di adularla, quasi minimizzando la portata di ciò che viene denunciato, o la mettono a tacere con la forza ignorando volutamente il diritto alla informazione.

La Turchia, oggi la più grande prigione al mondo per giornalisti, ad esempio, è collocata al 155° posto, su 180, nella classifica “World Press Freedom”, per libertà di stampa, quest’ultima è diventata un miraggio per la democrazia, la censura impera ed è diventata ancora più severa dopo il fallito golpe del luglio del 2016, nessuno ha diritto di contraddire il Presidente Erdogan – alcuni giornalisti sono stati arrestati per “insulti al Premier” – e per questo in prigione sono finiti un totale di 156 giornalisti, tutti  di opposizione, affinchè nulla sia divulgato pubblicamente e faccia apparire meno vasto il consenso al potere.

“La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure” cita l’articolo 21 della nostra Costituzione, ma una stampa libera da controlli costringe chi detiene il potere politico/socio/economico di attenersi a quelle regole che sono il sale di ogni democrazia, ma sono anche un ostacolo agli interessi personali e alle manovre o al tornaconto di chi non ha scrupoli e crede di poter gestire i propri traffici a scapito della comunità.

Ricordiamo quindi con rispetto e solidarietà Daphne Caruana Galizia, giornalista, donna, ma soprattutto cittadina coraggiosa e rispettosa della legge e degli interessi della collettività, quasi idealista in un mondo materialista in cui prevale, troppo spesso, la legge dei più forti e dei senza scrupoli, ma sicuramente esempio e faro di una società più giusta e, soprattutto, di una stampa mai prona al padrone di turno.