A 26 anni dalla morte di Polo Borsellino ancora aleggia un’area di mistero sull’intera vicenda. Ucciso il 19 luglio 1992 in via d’Amelio a Palermo insieme ai cinque agenti della sua scorta, quella strage è diventata “Emblema di cattiva pratica investigativa”, come ha tenuto a dichiarare Fiammetta Borsellino, figlia del procuratore aggiunto di Palermo, Paolo, “Vertici istituzionali che hanno depistato hanno offeso l’intero Paese” ha aggiunto la stessa, uscendo dalla Commissione regionale antimafia.

Secondo i giudici di Palermo, la morte del magistrato è frutto della trattativa tra Stato e mafia e del timore, da parte della stessa mafia, che quella trattativa e i benefici che i mafiosi ne avrebbero avuto, non sarebbe andata a buon fine per l’opposizione di Paolo Borsellino. Questi infatti aveva già sentore e forse prove concrete di tale trattativa, cosa che probabilmente aveva in animo di denunciare alla magistratura e all’opinione pubblica.

Per i giudici del processo Trattativa Stato-mafial’improvvisa accelerazione che ebbe l’esecuzione del dottore Borsellino fu determinata dai segnali di disponibilità al dialogo – ed in sostanza, di cedimento alla tracotanza mafiosa culminata nella strage di Capaci – pervenuti a Salvatore Riina, attraverso  Vito Ciancimino, proprio nel periodo immediatamente precedente la strage di via D’Amelio“.

Il provvedimento composto di oltre 5mila pagine nel quale sono ricostruiti i rapporti di pezzi dello Stato con i capi mafiosi, è stato depositato proprio nel giorno del 26esimo anniversario della strage di via d’Amelio. Una parte importante del documento è dedicato proprio all’attentato, che sarebbe stato portato a termine ed accelerato proprio a seguito della cosiddetta trattativa.

Sempre nel documento, i giudici di Palermo accusano in modo chiaro alcuni ufficiali del RosRaggruppamento operativo speciale dell’Arma dei Carabinieri) e precisamente Mario Mori, Antonio Subrani e Giuseppe De Donno, condannati a pene pesantissime per il reato di minaccia a Corpo politico dello Stato, di aver deciso di avviare dei contatti con i boss di Corleone, in primis con Salvatore Riina, utilizzando come contatto l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Lo scopo di tali contatti sarebbe stato quello di arrivare alla cessazione delle tante stragi di quegli anni, siamo negli anni ’90, lasciando però ai mafiosi la possibilità di formulare i termini di tale accordo, il tutto riconoscendo spazio ad un vero e proprio ricatto mafioso.

Per gli investigatori del tempo e per il Ros, quel tentativo sarebbe stato un modo per prendere tempo e capire cosa volesse Cosa nostra e perché era stato ucciso Giovanni Falcone. Ovviamente fu un maledetto equivoco che, oltre a non raggiungere l’obiettivo sperato, diede la possibilità ai mafiosi di avanzare richieste, prima fra tutte quelle contenute nel famoso “papello”, un foglio contenente le richieste di Cosa nostra allo Stato, che avrebbero dovuto essere soddisfatte per evitare la prosecuzione delle stragi di mafia come quelle portate avanti dall’organizzazione malavitosa “Falange armata”. Il documento in questione è stato presentato per la prima volta da Massimo Ciancimino, figlio di Vito Ciancimino, nell’anno 2009, attraverso il suo avvocato Francesca Russo, ai P.M. palermitani incaricati dell’inchiesta .

Cosa era racchiuso in quel “papello”?

Fra le tante cose si chiedeva la revisione della sentenza del maxiprocesso di Palermo, che aveva condannato centinaia di mafiosi al carcere duro, indebolendo potentemente l’organizzazione criminale. Si chiedeva poi l’annullamento del decreto legge che inaspriva le misure detentive previste dall’articolo 41 bis per i detenuti condannati per reati di mafia (il cosiddetto carcere duro), la riforma della legge sui pentiti, la chiusura delle supercarceri,  altri benefici per i familiari dei mafiosi e, addirittura, la defiscalizzazione della benzina in Sicilia  (come per la Valle d’ Aosta).

Misteri su misteri:  Il 25 giugno  2015 l’ambasciatore e diplomatico italiano Francesco Paolo Fulci , ex presidente del  Cesis , ha rivelato, durante il processo sulla trattativa Stato-mafia , che le telefonate rivolte all’ Ansa,  in cui la Falange Armata mafiosa  rivendicava omicidi e stragi durante gli anni novanta , provenivano tutte dalle sedi dell’allora  Sismi (Servizio informazioni e sicurezza militare).

In una parola la scelta dello Stato di trattare con Riina condannò a morte Borsellino e lo Stato abdicò al suo ruolo di difesa della legalità.

Il 20 aprile 2018 si è concluso il processo sulla trattativa Stato-mafia, una delle pagine più buie della storia italiana, che ha visto la condanna di personaggi “illustri” tra mafiosi e politici italiani come Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, Marcello Dell’Utri, ex senatore di Forza Italia, Antonio Subranni e Mario Mori, ex vertici del Ros, condannati a 12 anni. Agli imputati è stata comminata anche la pena del pagamento dei danni alle parti civili, per una somma complessiva di 10 milioni. È stato invece assolto l’ex ministro Nicola Mancino mentre è scattata la prescrizione per il pentito Giovanni Brusca.

Oscura trama di intreccio tra politica e malavita che non riconosce meriti a chi come Falcone e Borsellino hanno sacrificato la vita per la giustizia e il rispetto della legge, ciò nonostante,oltre ogni possibile oscura trama,  il loro esempio non può che confortare e sostenere chi, giorno dopo giorno, si muove nell’ambito della legalità come atto di civiltà e diritto e ancora vuole credere nell’affidabilità della macchina statale.