“Meno Schengen significa anche meno occupazione e meno crescita economica. A che serve avere una moneta unica se non possiamo viaggiare nel continente come in passato?… Senza finirebbe anche l’Unione economica e monetaria e la disoccupazione aumenterebbe”, queste le parole del presidente della Commissione Ue Claude Juncker a commento della decisione di alcuni paesi europei di chiudere le frontiere ai tanti migranti che ancora premono per entrare in Europa.

Nonostante tali parole, l’Austria ha dichiarato di essere prossima alla chiusura delle frontiere in quanto, entro un mese, come dichiarato dal ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz, sarà raggiunto dal paese il limite massimo concordato di 37.500 migranti, a quel punto sarà inevitabile impedire altri ingressi nel paese.

Schengen e l’Unione economica e monetaria sembrano dunque sul punto del collasso, le ragioni che hanno prodotto quegli accordi comunitari appaiono ormai superate da altre ragioni di natura organizzativa ed economica. Il governo di Vienna ha infatti deciso di “sospendere temporaneamente” il trattato di libera circolazione e ad annunciarlo è stato il cancelliere  Werner Faymann in un’intervista al giornale  Oesterreich; egli ha infatti annunciato che : “Ristabiliremo i controlli visto che l’Unione europea non riesce a garantire le frontiere esterne”.

Le restrizioni alle frontiere per i migranti, coinvolgono però anche altri paesi come la Macedonia, la Serbia, la Croazia e la Slovenia, i paesi cioè della così detta  “rotta balcanica”, che hanno deciso di fermare le migliaia di persone che si affollano alle porte di questi paesi. La disperazione però è difficile da controllare o bloccare, infatti, come denunciato dall’ong. Oxfam, oltre duemila sono stati i migranti che, per protesta, si sono sdraiati sui binari al confine tra Macedonia e Grecia bloccando, in questo modo, il traffico internazionale e richiamando l’attenzione sul divieto all’attraversamento del paese.

Drammatica la condizione di migliaia di persone che, a poche centinaia di chilometri da Berlino e da Venezia, aspettano “al freddo e al gelo”, dopo giorni di cammino e di difficili condizioni atmosferiche e umanitarie, il proprio turno per l’ingresso nella ‘terra promessa’, per raggiungere quei luoghi agognati nei quali tornare a vivere e sperare, dopo un esodo interminabile che non accetta rifiuti o limitazioni e che rappresenta la ricompensa all’abbandono obbligato delle proprie case e dei propri affetti, un esodo troppo spesso segnato da rischi enormi per la propria vita.

Spielfeld e Sentilj, questi i due paesini ai confini di Austria e Slovenia in cui confluiscono i tanti migranti che provengono dai tanti ‘centri di registrazione’ della Slovenia, gli unici ancora aperti da quando l’Ungheria ha chiuso i confini. Zone ‘off limits’ a cui è impedito l’accesso alle varie Ong e che invece sono aperte a militari e poliziotti che, quando necessario, ricorrono alla forza o alla violenza quando si verificano casi di protesta da parte di chi, sfinito, chiede coperte, acqua o cibo.

Una zona che è stata denominata “No Mens Land”, ‘terra di nessuno’ di cui si ha qualche notizia solo grazie ad alcuni volontari che sono riusciti ad avere il permesso di ingresso, una terra ancora lontana per i 1500 migranti che, ferme in Serbia, aspettano la registrazione.

La catastrofe umanitaria ha assunto, inoltre, anche contorni di discriminazione etnica: il governo macedone ha deciso infatti che permetterà l’ingresso solo ai cittadini della Siria, Afganistan e Iraq,impedendo l’accesso a quelle persone considerate ‘migranti economici’.

Sentilj  è un piccolo paese tranquillo stravolto ormai dal suono frequente di un treno carico di persone che, spaesate, confuse e smarrite, affacciate ai finestrini,  si guardano intorno disorientate aspettandosi di entrare nel ‘centro di registrazione’ del posto, un eufemismo per indicare un ammasso di tende e capannoni di plastica nei quali i profughi vengono portati dai militari dopo aver attraversato transenne e recinzioni, un luogo in cui vengono fatte le perquisizioni, le identificazioni, le registrazioni con fotografia e impronte digitali, un luogo chiamato, in modo colloquiale, camp/kamp.

Poco amichevoli con i volontari, che spesso guardano con fastidio sottolineando che già è presente la Croce Rossa e la Caritas, i militari e la polizia del posto spesso impediscono che questi portino vestiti e cibo affermando che ‘già c’è tutto’, ma nel tutto ci sono anche i mitra in mano, necessari per proteggere tutti.

Donne, uomini e bambini che sono partiti da terre dilaniate dalla guerra e dalla morte convinti  di dover soffrire qualche difficoltà, ma da uomini liberi non da prigionieri, quasi deportati di antica memoria.

Anche la Francia ha annunciato lo sgombero di circa la metà della “giungla” dei migranti di Calais, decidendo di impedire che i tanti migranti affollino il suo territorio e spingendo verso il respingimento delle 800-1000 persone che ancora stazionano in quella zona.

Il sogno di Schengen si sta dunque trasformando nell’incubo di una invasione a cui nessuno sa o vuole  trovare soluzione, una ‘occupazione’ che come tutte le invasioni richiama i sentimenti peggiori dell’uomo, una ‘conquista’ fastidiosa a cui non si può rispondere se non ricorrendo all’uso di treni famigerati stipati di disperati cui offrire solo il minimo indispensabile; una scena che purtroppo l’umanità ha già vissuto e che non vorremmo più vedere, una scena di cui, in verità,  non vorremmo neppure avere più memoria.