(Federica Landi) – Il Liceo Classico “Virgilio” di San Giorgio del Sannio ha aderito alla notte nazionale del liceo classico che si terrà oggi, 11 Gennaio.

L’evento si snoda in due momenti principali; mentre il primo avrà luogo dalle ore 18:00 fino alle 21:00 presso l’auditorium comunale “Cilindro Nero”, il secondo avverrà dalle 21:30 alle 24:00 presso la sede del liceo classico, dove ad accogliere gli spettatori vi sarà un banchetto allestito dagli studenti.

Lo spirito della classicità ha unito in questa manifestazione 433 istituti della penisola, i quali si tufferanno nell’antico dalle ore 18:00 fino alle ore 24:00.

Tale iniziativa è stata accolta con entusiasmo dall’intero quinquennio, coadiuvato dai docenti organizzatori che si è cimentato ora nell’organizzazione di rappresentazioni teatrali, ora di spettacoli di danza e canto, ora di rievocazioni tramite letture di grandi autori con il fine di rimodulare in chiave moderna il tema caldo dell’ospitalità.

Muore solo ciò che viene dimenticato quindi la classicità morirà solo alla fine dei tempi.

Non si è addormentata in un’ altra epoca, è ancora viva, palpitante nel nostro vivere quotidiano, ci imbattiamo in essa ogni giorno e non ce ne accorgiamo, è la nostra ombra, ci segue, è la nostra identità, ci classifica come menti pensanti.

Non muore solo ciò che non vive più, continua ad esistere in un’altra forma, a vedere con altri  occhi, ad agire in altre modalità.

Il cardine intorno al quale si compendia l’intera serata è quello dell’accoglienza.

Nel 463 a.C Eschilo, uno dei maggiori tragici greci, per la prima volta mise in scena le Supplici, un gruppo di donne egiziane, fuggite dal suolo natio, l’Egitto,  per sottrarsi ai loro consanguinei che desideravano prenderle in mogli contro la loro volontà e approdate ad Argo, così come, quotidianamente, nel 2019, giungono presso le coste del mediterraneo corpi di uomini consumati dalla guerra, di donne stanche di essere trattate come schiave, di bambini che hanno impugnato un’arma prima ancora di imparare a giocare.

Le supplici protese intorno agli altari degli dei tutelari della città stringendo ramoscelli d’ulivo avvolti in candide bende chiedevano al re protezione e sostegno nonostante  nelle loro vene non scorresse sangue ellenico, anche se ad avvolgerle non vi erano i chitoni greci, sebbene la loro pelle fosse di un altro colore.

Allo stesso modo, i migranti con occhi spenti, stravolti e stanchi, con vesti consunte, con le speranze di chi ha visto la morte avvicinarsi e minacciarli chiedono aiuto, riparo, un posto nel mondo in cui vivere, come esseri umani e non rifiuti, in cui far fiorire le proprie ambizioni senza venire catalogati come usurpatori o sgomitatori sociali, un luogo in cui respirare l’aria di casa e non polvere da sparo, in cui costruire qualcosa e non recare alcun danno, costruire e non distruggere con la stessa lotta di interessi e sopraffazioni che li ha spazzati via dalla propria terra.

È incredibile come l’antico non sia diventato ancora vecchio, ancora urla prepotente nella nostra società, dimostrazione di come il tempo cambi tutto tranne che le persone classificandole in supplici, protettori e popolo, che osserva, tace e punta il dito.

Facciamoci grandi sulle spalle dei giganti del passato, su lacerti di drammi superstiti, sulla cultura flagellata dall’ignoranza.

Non disonoriamo gli avi e non calpestiamo i valori per i quali si sono battuti.

Occasioni come questa creano l’atmosfera giusta per scaldare anche gli animi più insensibili e invitarli alla riflessione, a dar voce a versi che l’avevano persa, a rivitalizzare tragedie sepolte nei nostri costumi, ad essere protagonisti, ad indossare quegli stracci, quelle bende e immaginare di non avere speranze.