Riflessione, la solita, dell’ennesimo sonnacchioso inizio weekend: dov’è la mia città? Chissà, forse non la vedo a causa della nebbiolina autunnale, che preannuncia l’ennesimo inverno freddo e umido. E che, con poco romanticismo, ogni tanto ci ricorda dei nostri inquinatissimi fiumi. O forse la mia città è nascosta dai tanti problemi che si accumulano ogni giorno di più, come in una virtuale discarica. Che tanto virtuale, purtroppo, non è.

Benevento è sporca, malmessa, una città senza più cuore, senza più alcuna vocazione, se non nelle consumate aspirazioni turistiche mai realizzatesi concretamente. Una città che vorrebbe accogliere ma non ne è capace, perché arretrata, disorganizzata, se non in rare ed estemporanee (ma comunque lodevoli) iniziative, perché riesce quasi sempre a mostrare il peggio di sé, con chiese e monumenti molte volte inaccessibili a turisti organizzati (loro si!), a viandanti o semplicemente a noi cittadini.

La mia città è come una bellissima scatola decorata, al cui interno però non c’è nulla. E chi arriva da fuori, e la vede per la prima volta, rimane illuso e poi deluso. Una città vuota, senza idee e poche iniziative. Nel suo centro storico non c’è null’altro che qualche punto di ristoro e qualche birreria, locali per lo più dedicati alle serate in allegria di una gioventù che non ha veri luoghi d’aggregazione e riferimento. Per il resto c’è poco o niente per l’accoglienza adeguata di chi, invece, volesse viverne pienamente i vicoli, gli slarghi, e tutti i suoi angoli intrisi di storia e dalla straordinaria e oltraggiata bellezza. E che, invece, deve fare lo slalom tra sporcizia, auto parcheggiate ovunque, mancanza di segnaletica adeguata, ma soprattutto assenza di controllo e sicurezza.

Benevento e gli stranieri: se ne vedono a frotte ovunque, però non sono propriamente turisti. Per vederli basta fare un giro alla stazione ferroviaria, o in altri punti strategici per traffici vari del centro urbano. Sono ospiti con spese a carico di uno Stato, il nostro, che sbadatamente dimentica di portare a termine il proprio delicato compito di accoglienza e collocazione, lasciando letteralmente e pericolosamente allo sbando (e alla mercé di gente senza scrupoli) questa quota delle centinaia di migliaia di profughi approdati in Italia. Profughi, o sedicenti tali, almeno per la maggior parte di loro.

La mia città è nascosta e non vuol vedere il degrado di una periferia sempre più distante. Quartieri dormitori, neo ghetti nei quali cresce a dismisura il disagio sociale e si sviluppa il germe dell’illegalità. Questa città sta letteralmente sparendo, divorata da un’impietosa crisi economica, sociale e morale, che ne sta causando anche un veloce spopolamento. Questa nebbia, forse,  nasconde la impotente disperazione dei tanti genitori che vedono i loro figli andar via, costretti, in cerca di un destino diverso da quello che li vorrebbe, altrimenti, ad elemosinare brandelli di incerto futuro al potente di turno. Benevento sembra essere rimasta sospesa nel tempo, ancora radicalmente legata alla dominazione papale, forse abituata ad essere usata e depauperata da furbi e astuti personaggi, che sanno abilmente sfruttare proprio questo stato di rassegnazione e apatia in cui versiamo.

Però, non è ammissibile rassegnarsi. Impossibile continuare così, c’è bisogno di idee nuove, giovani, donne e uomini che abbiano il coraggio e la forza di cambiare, di ripartire da zero, di mutare radicalmente il modo di pensare. E che abbiano, soprattutto, la forza di farcelo cambiare, a noi della precedente generazione. Forse già vecchia e stanca per attuare una simile “rivoluzione”, ma ancora in tempo almeno per provarci.

Intanto, la mia città aspetta le sue belle luci natalizie da sagra paesana, il torroncino, la stoppa con gli amici, il baccalà fritto, gli struffoli. Si accontenta di poco. Mentre, fuori, tutto il resto è in agonia. Per fortuna, la nebbia nasconde a dovere tutto questo scempio.