Ancora una volta l’informazione, attraverso una testata giornalistica, fa paura al potere e viene ridotta al silenzio; è accaduto in Turchia quando venerdì scorso, a seguito di un’irruzione della polizia nella sede del quotidiano    Zaman, la maggiore voce di opposizione, se ne è andato  un altro pezzo della libertà di espressione nel paese ottomano.

Gli agenti sono entrati nella sede del quotidiano usando gas urticanti e cannoni ad acqua colorata ad alta pressione, facendo spazio all’interno della redazione ai manager nominati dal tribunale ed estromettendo i dipendenti presenti. Un’azione violenta e prevaricante, inaccettabile per centinaia di persone che, immediatamente, si sono radunati davanti alla sede del Zaman per protestare contro la decisione del tribunale ed il commissariamento del gruppo Feza di cui il quotidiano fa parte.

L’accusa al gruppo editoriale è di “propaganda terroristica” a favore del presunto ‘Stato parallelo’ creato dal magnate e imam Fethullah Gulen, ex alleato e poi giurato nemico di Erdogan.

Dopo l’irruzione della polizia ordinata dal tribunale, nella sua prima edizione dopo il commissariamento, il quotidiano di opposizione Zaman è apparso in edicola, nella giornata di sabato, con un foglio nero con su scritto : “ Una giornata vergognosa per la libertà di stampa in Turchia. Commissariato il gruppo Zaman Media”. Nel contempo i giornalisti sono stati costretti ad entrare nella  redazione presidiata e controllata dalla polizia : “ Ecco come noi giornalisti dovremmo fare il nostro lavoro. Sotto il controllo delle forze speciali e con la polizia dentro gli uffici” , così ha twittato Abdullah Bozkurt,  noto editorialista del quotidiano.

In questo clima di intimidazione, nonostante le proteste e le difficoltà dei giornalisti, il quotidiano, nella sua prima edizione dopo il commissariamento, quasi un ultimo insulto alla libertà di espressione, così privo di ogni forma di  democrazia da mettere in ginocchio tutti i sostenitori della libertà, ha mostrato una linea editoriale pro governo: infatti nella sua prima pagina, generalmente dedicata ad una forte critica nei confronti dell’operato del governo, sono   apparsi titoli ed editoriali fortemente schierati a sostegno del presidente ed in particolare ad un progetto di tre miliardi di dollari, dello stesso governo, per la costruzione di un terzo ponte che colleghi i lati europeo e asiatico di Istanbul .

Allineandosi con gli altri quotidiani filo-governativi, sempre nella prima pagina, sono state pubblicate inoltre, immagini dei funerali dei soldati turchi “martiri” dei ribelli curdi nel sud-est del paese, oltre ad una foto nella quale il presidente stringe la mano ad un’anziana donna in occasione di un ricevimento tenutosi nel palazzo presidenziale per la festa delle donne dell’8 marzo.

Non manca, sempre in prima pagina, una nota sulla possibile revoca dell’immunità parlamentare ai deputati curdi, uno degli obiettivi dichiarati del presidente Erdogan.

Il primo ministro Ahmet Davutoglu ha inoltre giustificato il provvedimento di commissariamento del quotidiano accusando lo stesso di essere parte dello “Stato parallelo” che, il già citato imam Fethullah Gulen, stava tentando di creare in contrapposizione al governo Erdogan, ritenendo che la decisione in merito sia un affare squisitamente giudiziario e non politico.

Qualunque sia la ragione addotta dal governo turco, nel primo pomeriggio di sabato scorso gli amministratori nominati dal tribunale e fatti entrare con l’appoggio  della polizia, hanno sollecitamente consegnato le lettere di licenziamento al direttore e agli altri giornalisti del quotidiano, imbavagliando in pratica il giornale di opposizione e addomesticandolo alle posizioni del governo.

Con la polizia alle porte, il direttore del quotidiano Abdulhamit Bilici ha radunato i suoi giornalisti ed ha dichiarato con le lacrime agli occhi: “ Questo è un giorno nero per la democrazia”, in strada intanto la folla accorsa cantava : “La libera stampa non sarà messa a tacere”. Pur costretti con la forza ad abbandonare gli spazi del quotidiano, i giornalisti sono riusciti ugualmente a pubblicare la cronaca dell’irruzione con foto che testimoniano l’uso di gas, lacrimogeni e cannoni ad acqua da parte della polizia.

“ La polizia non ci ha fatto accedere alla nostra redazione. È dispotismo puro! Mi hanno preso per un braccio e strattonato”, così ha twittato Sevgi Akarcesme, direttrice della versione online del Today?s Zaman, mentre il giornalista Emre Soncan ha dichiarato: “Il governo turco ha messo a tacere una delle ultime voci critiche della Turchia. Noi giornalisti dello Zaman continueremo a proteggere la libertà di stampa”.

Forte la protesta del leader dell’opposizione Kemal Kiliçdaroglu che denunciando l’azione compiuta l’ha definita:    “ un colpo alla libertà di espressione”; altrettanto forti sono le condanne che giungono dall’estero, una è quella del portavoce del Dipartimento di Stato Usa John Kirby che ha definito ‘ inquietanti’ le azioni compiute per mettere a tacere una voce critica ricordando, nel contempo, che:“ la Turchia è candidata all’adesione e deve rispettare la libertà di stampa. I diritti fondamentali non sono negoziabili”.

Paura della libera informazione, paura della critica, paura della democrazia e del rispetto di opinioni diverse, paura di tutto ciò che lima e limita il potere, questo è ciò che ha spinto il governo Erdogan a chiudere di fatto il quotidiano Zaman, atto comune a molti ‘poteri forti’ che vogliono tutelare se stessi, forse inconsapevoli del fatto che gli uomini si possono far tacere, ma non le idee che sopravvivono e si diffondono loro malgrado, dimentichi soprattutto  che uno stato in cui non sopravvive una  libera informazione è destinato, in breve tempo,  a condannare se stesso all’estinzione.