Gli Stati Uniti sono in fermento contro Donald Trump,  il neo presidente americano eletto alla Casa Bianca, ha prodotto un fenomeno di protesta da parte di migliaia di cittadini in moltissime città americane. Manifestazioni in tutto il Paese al grido: “Not my president” hanno bloccato strade e piazze, decine di migliaia di cittadini, nonostante la pioggia, si sono radunati a Union Square e poi hanno sfilato fino alla blindatissima Trump Tower, sulla Fifth Avenue, dove si trova la residenza del presidente eletto. Paralizzato per ore il traffico nella zona, bruciate maschere e manifesti con il volto del nuovo presidente.

Perché tante proteste? La democrazia americana è l’emblema stesso di un sistema di rispetto delle regole e della volontà popolare, almeno così dovrebbe essere, salvo rendersi conto che l’elezione di un presidente tanto potente, come quello americano, è direttamente connesso non tanto al voto popolare, ma a quello dei singoli delegati di ogni stato americano. Paradossalmente dunque un candidato può ottenere una maggioranza di voti popolari, ma l’esito finale è direttamente connesso alle scelte dei diversi delegati di ogni stato.image

I cittadini che sono andati al voto non hanno votato direttamente il presidente, ma hanno scelto i 538 “grandi elettori”, un numero pari alla somma dei senatori (100) e dei deputati (435) che compongono il Congresso americano, oltre a tre rappresentanti del District of Columbia, dove si trova la capitale Washington. Il numero di grandi elettori assegnati da ogni Stato è stabilito in proporzione agli abitanti, con i più popolosi che hanno dunque un peso maggiore sull’esito delle elezioni, rispetto a quelli con meno abitanti.

Un sistema di voto molto diverso dal nostro dunque, che dovrebbe garantire l’espressione della volontà popolare, un sistema accettato dagli americani che produce però anche dei paradossi: un candidato può ottenere più voti in assoluto dell’altro, ma non diventa presidente perché il suo competitor ha avuto, anche se di poco, più voti in un singolo stato e per questo si è aggiudicato l’appoggio di tutti i delegati di quello stato. In pratica chi vince prende tutto e per questo i suoi voti diventano più pesanti di quelli dell’altro.

Dopo essere stati eletti, questi cosiddetti  grandi elettori  saranno chiamati a votare il presidente, Anche se formalmente liberi di votare per chi vogliono, i grandi elettori sono di norma funzionari di partito e scelgono il candidato espresso dal proprio schieramento.

Hillary Clinton ha vinto il voto popolare, ma ha perso le elezioni. Negli Stati Uniti il presidente e il vicepresidente sono scelti dai grandi elettori, che formano il collegio elettorale. Un candidato deve ottenere i voti di almeno 270 grandi elettori su 538 per vincere. Il candidato che ottiene la maggioranza dei voti in uno stato convoglia su di se il voto di tutti i grandi elettori in gioco, secondo il principio “chi vince prende tutto”. Dunque la Clinton ha perso anche se in termini assoluti aveva ottenuto più voti rispetto al suo avversario.

Oggi nelle strade di molte città americane lunghi cortei di cittadini rifiutano l’elezione di Donald Trump, soprattutto donne, latinos e persone di colore, categorie di persone per le quali Trump ha espresso giudizi negativi durante la sua lunga campagna elettorale. Persone che però dovranno rassegnarsi ed accettarlo come attuale presidente degli Stati Uniti, se vorranno rispettare un sistema elettorale che è ormai radicato nel paese e contro il quale, probabilmente, bisognava protestare prima del voto.

Smentendo ogni sondaggio e ogni previsione a favore della Clinton, Trump ha conquistato il voto del ceto medio americano, impaurito dal problema immigrazione e scontento della propria condizione economica, è riuscito inoltre a far passare la Clinton come espressione dell’establishment del politically correct, in breve del passato, di quel sistema che, a suo dire, aveva fallito.

Da parte sua la Clinton ha probabilmente sbagliato l’approccio alla campagna elettorale, ripetendo lo stesso errore di tante altre donne in politica, assumendo cioè un atteggiamento maschile del fare politica, rispondendo con l’offesa e la polemica alle offese ed alle polemiche sul suo operato passato e dimenticando di essere una donna, una persona dotata cioè di una sensibilità molto più spiccata di quella di un uomo, sia nei confronti dei diritti umani che dei bisogni immediati di tanti, aspetti su cui forse avrebbe dovuto insistere rimarcando un modo di fare politica “al femminile”. Tuttavia sappiamo che si chiami Merkel o Lagarde, ma anche Boschi o Raggi, per arrivare al potere una donna deve aderire a un modello maschile che la ingabbia.

Oggi l’America scende in piazza contro l’esito del proprio voto, il “No Trump! No KKK! No agli Usa fascisti!”, le proteste sotto la Trump Tower, secondo alcuni potrebbero innescare pericolosi gesti di violenza ma, pur essendo un urlo di rifiuto verso un esito non voluto, dovranno cessare in nome di una democrazia che, come ricordato da Alexis de Toqueville, pur essendo  sempre il risultato della dittatura della maggioranza sulla minoranza,  è comunque l’unica strada percorribile in un paese civile.