A soli 2.550 chilometri dal nostro Paese si trova la Siria, paese devastato da una guerra civile fra fazioni etnico-religiose diverse che, per affermare sé stesse, stanno distruggendo il paese massacrando migliaia di innocenti.  A fronte di tutto ciò è significativa, ma anche oltraggiosa sul piano umano, la confusione dell’Occidente.

Forse è bene ricordare che tutto è iniziato nel 2011 e che va avanti ininterrottamente da quattro anni, contando attualmente più di 220mila vittime e migliaia di profughi. All’epoca la popolazione si organizzò per manifestare contro il presidente Bashar al-Assad che governa la Siria ininterrottamente dall’anno  2000. Allora il regime tentò di soffocare le proteste causando centinaia di morti, ciò nonostante le proteste continuarono e si diffusero fino a far nascere nel paese gruppi armati che hanno proclamato la nascita dell’Esercito Siriano Libero ( l’FSA).

A questo primo gruppo si sono poi uniti, col radicalizzarsi degli scontri, altri ribelli estremisti di religione sunnita e di stampo salafita che hanno potuto intraprendere la lotta grazie all’aiuto di alcune nazioni sunnite del Golfo Persico, l’obiettivo principale di questi ultimi fondamentalisti è l’instaurazione della Shari’a.

A causa della posizione strategica della Siria, dei suoi legami internazionali e del perdurare della guerra civile, la crisi si è estesa ai paesi confinanti ed ha coinvolto l’intera comunità internazionale, per questo motivo le nazioni a maggioranza sciita sono intervenute a protezione del governo siriano. Il fronte dei ribelli è invece sostenuto dalla Turchia e soprattutto dai Paesi sunniti del Golfo come l’Arabia Saudita ed il Qatar, in ambito ONU invece, gli stati membri si sono spaccati fra coloro che appoggiano i ribelli, come Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Turchia ed altri che invece sostengono il governo siriano di Assad, come la Cina e la Russia, l’Iran ed il Venezuela.

Fra i gruppi che affiancano, almeno in un primo momento, l’FSA, c’è il Fronte al-Nusra, branca siriana di al-Qaida e lo Stato islamico dell’Iraq, più comunemente conosciuto come Isis. Le attività di stampo terroristico messe in atto da questi ultimi gruppi , azioni che causano moltissime vittime anche tra i civili, hanno però prodotto una profonda divisione all’interno dell’alleanza stessa tra i ribelli. In ogni caso gli scontri tra gli “anti Assad” e l’esercito regolare siriano aumentano di intensità, mentre il governo tenta di bloccare i membri dissidenti e i loro sostenitori con azioni sempre più violente che provocano indiscriminati massacri tra la popolazione civile la cui responsabilità è però attribuita ai ribelli.

Ben presto la guerra mira alla conquista di importanti città chiave, come Palmira, Raqqa e Aleppo, luoghi significativi della Siria per storia, cultura ed economia, purtroppo però, a causa della guerra, ridotti a luoghi di sofferenza umana e distruzione.

Ad Aleppo, ma non solo in quel luogo, migliaia di civili continuano a morire sotto i bombardamenti e gli attacchi delle forze diverse in campo, raid che spesso si abbattono, implacabili, anche su ospedali, senza contare la mancanza quasi totale di acqua ed elettricità. Questo calvario sta colpendo soprattutto la città di Aleppo, dove, secondo dati Onu oltre due milioni di persone sono ormai condannate, senza differenza tra coloro che si trovano sotto il controllo delle forze governative e quelli che vivono nei territori controllati dagli insorti.

L’Onu chiede una tregua di 48 ore per consentire il ripristino della rete idrica ed elettrica, ma soprattutto per consentire l’arrivo di aiuti umanitari essenziali. Tanti i morti, mentre la tv panaraba Al Jazeera ha riferito di avanzate degli insorti, mentre media vicini al governo di Damasco affermano al contrario che le forze lealiste hanno ripreso il controllo di una strada nel sud-ovest della città, che i ribelli avevano detto di aver conquistato riuscendo a spezzare l’assedio.

Come in tutte le guerre si uccide senza fare distinzioni tra nemici, civili inermi o volontari giunti per aiutare la popolazione disperata, Aleppo è ormai una città in ostaggio, l’assedio cominciato il 17 luglio, prosegue con le truppe di Damasco che conquistano l’ultimo corridoio ancora libero utilizzato finora dalle Ong per introdurre preziosi aiuti umanitari, al suo interno oltre 60mila famiglie con milioni di bambini spesso abbandonati a se stessi. Il 1° agosto i ribelli hanno cercato di spezzare il cerchio delle forze governative al grido di  “Rompi l’assedio o muori”.  I civili sono scesi in strada per sostenere i ribelli e i bambini hanno dato fuoco a migliaia di pneumatici per creare una no-fly zone e impedire agli arei governativi di bombardare nuovamente.

Il 6 agosto la coalizione dei ribelli ha annunciato di avere aperto un varco nell’assedio, il governo smentisce, in ogni caso la situazione ad Aleppo est è tragica anche dopo l’apertura del varco, il cibo è razionato e le scorte umanitarie stanno finendo, i prezzi dei beni primari sono fuori controllo, la benzina non si trova, l’elettricità e l’acqua potabile raggiungono alcuni quartieri una volta al mese. E’ morto anche Mohammed Wasim Moaz, l’ultimo pediatra rimasto ad Aleppo, in un bombardamento dell’ospedale nel quale operava.

E’ Ferragosto, i nostri pensieri sono presi da vacanze e viaggi, ma come possiamo voltare il capo di fronte ad una crisi umanitaria che, tra l’altro, produce il fenomeno sempre più massiccio dei fuggitivi che sempre più copiosi giungono nel nostro territorio? Il mondo è diventato sempre più piccolo, ciò che un tempo sembrava lontano e che dunque si poteva ignorare, è diventato oggi qualcosa che non possiamo né dobbiamo ignorare, perché ogni assedio, ogni guerra di tutti contro tutti, ovunque avvenga, rappresenta comunque un gesto di odio e dunque una sconfitta della civiltà.