Ci sono fotografie di cui io mi vergogno. Immagini che mi fanno sentire nudo, sporco, in qualche modo “colpevole”.

Non ritraggono me, anche se, in qualche modo, ricordano ciò che io, o noi, siamo stati, con molta più fortuna. Questa è una delle tante, purtroppo. Di quelle che, ogni giorno, vengono pubblicate dalle agenzie di stampa, o mostrate nei telegiornali.

Sì, mi vergogno, soprattutto di ciò che siamo diventati. O, forse, lo siamo sempre stati. Cinici, egoisti, anaffettivi, spietati. Crudeli. Un’umanità ributtante, me compreso sia chiaro.

Ci sono fotografie, come questa, che dovrebbero farci arrabbiare, indignare, o almeno commuovere, riflettere. Un frame dal quale possiamo comprendere tutta la brutalità di una guerra. Invece niente, al massimo un lieve sospiro e poi si passa al click successivo. Internet ci da la possibilità di chiudere gli occhi, di voltarci dall’altra parte in una frazione di secondo. Tanto, nessuno ci vede… Una società che è sempre più incapace di proteggere i propri figli, è destinata a scomparire. Non può sopravvivere. E forse, una società capace di tanto deve scomparire, non è degna d’esistere.

Non so come si chiami questo bambino: di lui posso solo intuirne l’età, approssimativamente. Vorrei potergli parlare, chiedergli dei suoi genitori, della sua casa, dei suoi amici, della sua scuola, dei giochi che non fa più.

Ma sono sicuro che, messo di fronte a lui, io sarei incapace di parlargli. Sicuramente proverei solo una profonda vergogna. Vergogna e dispiacere, per la mia incapacità  – o mancanza di volontà? – da uomo civile (?), di difenderlo dalla barbarie, dalla cattiveria. I bambini, tutti, dovrebbero vivere solo il paradiso, per quanto possibile. L’inferno è un’odiosa forzatura dell’uomo, probabilmente lo stesso che li ha messi al mondo…

Mi sento colpevole e sconfitto. Impotente, rispetto a simili atrocità. Ma, in verità, questa pavida giustificazione inizia a non reggere più…

Chissà se lui, un giorno, ci perdonerà.