E’ iniziato il piano di rimpatrio dei tanti immigrati che attualmente sono bloccati in territorio greco in attesa di entrare ufficialmente in Europa. Il progetto, siglato il 18 marzo scorso tra Bruxelles ed Ankara persegue l’obiettivo di fermare migranti e profughi al di là dell’Egeo, prima che arrivino in Europa e rimandare indietro chi ha già fatto la traversata ma non ha diritto all’asilo. Esso ha dunque lo scopo di  limitare l’esodo di tanti disperati nel continente europeo   stabilendo, nel contempo,  il trasferimento in Turchia di quanti sono entrati nella comunità europea illegalmente;  nello stesso tempo l’accordo sancisce il diritto di un pari numero di richiedenti asilo, di nazionalità siriana, di entrare in Europa purchè abbiano i requisiti legali per farlo. I costi della realizzazione del piano sono ovviamente a carico dell’Europa.

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Purtroppo l’operazione è già stata segnata da colpi di arma da fuoco sui nuovi profughi in arrivo, famiglie, donne incinta e bambini non accompagnati sono stati respinti alla frontiera e, secondo quanto appurato da Amnesty International, le autorità di Ankara hanno iniziato  ad espellere, quotidianamente, interi gruppi di uomini, donne e piccoli. In modo particolare l’azione di respingimento è stata condotta nei territori al sud della Turchia, dove Amnesty ha raccolto testimonianze drammatiche di persone disperate e ricacciate nei territori dai quali cercavano di fuggire.

Secondo l’agenzia non governativa internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani, supportata nella sua indagine da Unhcr ( Agenzia dell’Onu per i rifugiati), gli accordi internazionali non hanno considerato il fatto che la Turchia non è un “Paese terzo sicuro” per i rifugiati, il governo Erdogan ha infatti fatta sua, da tempo, la politica dei respingimenti senza alcun rispetto dei diritti umani. Diverse migliaia di profughi sono stati letteralmente “cacciati” dal territorio turco e rimandati, senza pietà, nell’inferno dal quale provenivano, venendo riconsegnati, di fatto, al governo di Bashar al-Assad o magari ai guerriglieri di Abu Bakr al-Baghdadi.

Da metà gennaio la Turchia ha rimpatriato con la forza circa 100 rifugiati siriani al giorno, tra essi donne e bambini, senza rispetto dei loro diritti e negando loro, in molti casi, la possibilità di registrarsi e godere così dello status di protezione temporanea, ‘staus’ indispensabile per vedersi riconosciuti i servizi minimi, dalla sanità all’istruzione.

Secondo l’Ong, queste espulsioni sono estremamente pericolose, sia per coloro che le subiscono, che per l’istituzione dei diritti internazionali, infatti essa tiene a precisare che : “ I rimpatri forzati sono illegali tanto in Turchia, che in Ue che nel diritto internazionale”. La situazione assumerà contorni ancora più seri se, come previsto dall’accordo, nuovi migranti saranno costretti a tornare in Turchia per essere rimpatriati nei paesi di origine.

In merito l’ Unhcr ribadisce la necessità che prima della piena attuazione del piano Ue-Turchia, siano garantite tutte le tutele necessarie agli immigrati.

Figlio di un’ottusa e colpevole decisione di tanti paesi europei di bloccare i confini nazionali con ogni mezzo, i leader dell’Europa  hanno preferito pagare sei miliardi di euro alla Turchia in cambio di una maggiore sicurezza alle frontiere, in pratica “una gabella” che finanzia misure ai limiti dei trattamenti umani, il tutto per non affrontare in modo serio e responsabile il flusso di tanti disperati verso la speranza.

Sono al momento migliaia le persone  che affollano i 29 chilometri di confine tra Turchia e Siria, assiepati in campi di accoglienza in terribili condizioni di vita, sfiniti da un viaggio che li ha privati di tutto ciò che avevano, senza acqua e servizi igienici, spesso oggetto di violenze o di rapimenti, in balia di trafficanti senza scrupoli a cui devono pagare almeno mille euro per il viaggio  ed avere, forse, un giubbino di salvataggio nelle traversate  via mare fino alle coste greche.

Secondo stime ufficiali sarebbero 51.000 i profughi attualmente allo sbando in Grecia e con le frontiere chiuse, coloro che non rinunciano al viaggio verso l’Europa sono di fatto intrappolati.

La paura di perdere i privilegi acquisiti, di doversi fare carico di persone che chiedono aiuto, di doversi confrontare con culture e religioni diverse, ha praticamente spinto l’Europa a legittimare un progetto costruito sul disprezzo delle vite umane o quanto meno sull’indifferenza verso quanti chiedono solidarietà e conforto, un piano che legittima il disinteresse e che vuole ignorare il prezzo di tutto ciò.

Inutile ricordare che non c’è filo spinato o fucili spianati che possano bloccare la “speranza”, né esiste somma di danaro che possa cancellare la sofferenza di tanti o i richiami della coscienza, anche se nella meschina storia del mondo contemporaneo tutto può accadere.

Significative le parole di un profugo che, a fronte delle decisioni internazionali afferma: “… non possiamo tornare indietro. Riproveremo a partire di nuovo e poi ancora, se serve, perché stiamo fuggendo per salvarci la vita…”

Imbarazzante essere europei a questo costo, emblemi della civiltà e nello stesso tempo latitanti di fronte alle forme più elementari del diritto, padri di una società basata sulla cooperazione e l’integrazione e codardi davanti alle più basilari responsabilità della convivenza.