Affinchè la cultura, quella della nostra terra, non rimanga arida icona di libri e di esercizi di studio, il Liceo Classico “Virgilio” di Benevento si è recato, nella mattinata di venerdì, al Reale Teatro San Carlo di Napoli per assistere all’opera lirica “La Bohème” di Giacomo Puccini e ha completato il tour culturale con la visita alla celebre Cappella San Severo di Raimondo di Sangro, o de Sangro, VII principe di Sansevero.

Nel cuore della Napoli dallo stile poliedrico e senza tempo, si erge il più antico teatro d’opera in Europa e del mondo ancora in piena attività, fondato nel 1737 per volontà del Re Carlo III di Borbone, apre la sua storica funzione di megafono della musica e dell’arte settecentesca, molto prima della Scala di Milano e della Fenice di Venezia. Un luogo incantato nel quale tanti giovani hanno potuto, per la prima volta, sperimentare il fascino di melodie, aree, scenografie senza tempo, tra il riflesso di luci, ori e fregi architettonici che rimandano ad un tempo di Re e di celebrazioni del potere “graziosamente disponibile nei confronti del popolo”.

Un luogo di fascino senza tempo che ha esaltato se stesso attraverso le note della “Bohème” di Puccini, una storia nota ai giovani allievi che avevano precedentemente approfondito le vicende dell’esistenza spensierata di un gruppo di giovani artisti bohémien, dei loro sogni, delle loro difficoltà, dei loro amori e della vita che conducevano nella Parigi del 1830.

Le speranze e le passioni di Rodolfo e Mimì, di Marcello e Musetta e dei loro amici hanno riempito l’aria attraverso la musica di Puccini, in un crescendo che, coinvolgendo gli spettatori, ha trovato il suo epilogo nella morte di Mimì. Muti gli allievi di fronte all’incedere della storia e il rifrangersi delle note negli spazi di quel tempio della musica che è il San Carlo, attenti e incuriositi da suoni che seguivano un andamento sonoro molto diverso da quello cui sono normalmente abituati, ma non per questo meno affascinante, come hanno poi confessato.

Il luogo magico poi non consentiva distrazioni a nessuno, meno che mai ai tanti giovani che  attenti e affascinati, sembravano condividere le parole di Stendhal relative alla sua visita al Teatro San Carlo : “Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea”. L’ “abbaglio” è stato poi facilitato dalla postazione da essi occupata, il loggione dello storico teatro, il luogo che tradizionalmente era frequentato dagli strati popolari che sancivano la fama o l’insuccesso dell’opera rappresentata, i giovani sono stati dunque protagonisti “quasi inconsapevoli” di essere, con le parole dell’impresario teatrale Paolo Grassi relative alla Scala, in un luogo strategico: “La Scala è come una quercia, ma con le sue radici in altochiudere il loggione significa ammazzare un pezzo di questo corpo, cioè ammazzare il cuore vivo del Teatro”.

Il Teatro San Carlo, gli allievi  lo  hanno scoperto, è stato anche il luogo al cui interno fu cantato un inno patriottico in mezzo “ a’ più lieti evviva alla Libertà” durante la Rivoluzione partenopea del 1799.

Le scoperte però non erano finite, con pari curiosità gli studenti si sono recati a visitare la Cappella San Severo, luogo magico di creatività barocca, di orgoglio dinastico e mistero, luogo di fascino senza tempo e di un’atmosfera intrisa di arte e magia, tempio stracolmo di opere incredibili, di simbologie e leggende, tutte legate alla figura del Principe di San Severo.

Massima espressione del barocco napoletano, la cappella custodisce, al suo interno, affreschi dai colori vividi e statue che rappresentano un vero tesoro artistico. Re della cappella è senza dubbio il “Cristo velato”, opera del 1753 di Giuseppe Sanmartino, prodotto artistico che mozza il fiato, una delle sculture più belle e affascinanti mai realizzate dalle mani di un uomo, ammantata anch’essa di leggende relative alla sua realizzazione, uno dei maggiori capolavori dell’arte mondiale.

Tutti gli allievi si sono assiepati intorno al catafalco del Cristo e, a turno, hanno ammirato quel corpo marmoreo adagiato su due cuscini e ricoperto da un velo in marmo la cui tessitura appare un prodigio per la capacità di nascondere e mettere in evidenza membra, articolazioni, vene e ferite del corpo del Salvatore, un miracolo ancora più grande se si pensa che tutta l’opera è stata ricavata da un unico blocco di marmo. Tante le domande e le curiosità dei giovani, abbagliati da un manufatto che poco ha di prodotto umano e molto ha invece di miracolo sovrumano.

La Cappella San Severo aveva però in serbo per loro l’ultima meraviglia, le “macchine anatomiche”, custodite nella cavea sotterranea, sono gli scheletri di un uomo e di una donna in posizione eretta, con il sistema artero-venoso quasi perfettamente integro e, secondo la leggenda, trasformato in metallo da esperimenti del principe di San Severo su due servi cui avrebbe iniettato sostanze misteriose. Secondo studiosi esse furono invece prodotte dal medico palermitano Giuseppe Salerno.

Vere o false che siano, le leggende su Raimondo di Sangro, Principe di San Severo, ci hanno regalato l’immagine di una specie di stregone, un alchimista diabolico che faceva rapire poveri diseredati per usarne i corpi per i suoi esperimenti, in realtà egli era, oltre che Accademico della Crusca, probabilmente una delle menti più brillanti della sua epoca, troppo moderno per il suo tempo e perciò visto con sospetto. Rimane comunque di quest’uomo e della sua Cappella un fascino innegabile a cui neppure i giovani liceali in visita  sono sfuggiti.

Giornata dunque ricca di multiformi esperienze, di sensazioni e riflessioni che sicuramente hanno arricchito conoscenze e nozioni, ma che soprattutto hanno regalato una prospettiva culturale e una dimensione cognitiva inaspettata, ma significante, che resterà certamente nel patrimonio conoscitivo di ciascuno.