Il tema dell’immigrazione e quello del dovere dell’accoglienza che si confronta con il bisogno di tutelare il nostro territorio da una “invasione” difficile da regolare, sono ormai pane quotidiano della cronaca nazionale.

Nel giro di pochi anni siamo passati da paese famoso per l’accoglienza ad uno graniticamente ostile alla presenza di persone di altra razza, cultura ed etnia. Ma quale il problema? Sono troppi o sono profondamente diversi da noi? Minacciano le nostre abitudini o semplicemente ci danno fastidio? Difficile rispondere senza dover far riferimento alle tante, troppe parole che vengono sciorinate attraverso i media o da politici di turno che, per incrementare il consenso alla propria parte ideologica o politica, professano principi di umanità o di odio verso i nuovi arrivati.

Sarebbe lungo il racconto che ha visto nei secoli il fenomeno dell’emigrazione come normale atto umano:“siamo nati nomadi”. Prima che nascessero le società stabili, l’unico mezzo di sopravvivenza era il nomadismo. Il fenomeno assicurava il soddisfacimento dei bisogni primari , facilitando l’interazione con altre genti e dunque, il rafforzamento stesso della razza umana.  Nella società attica, tuttavia, i cosiddetti “Bouzugai”, lanciavano maledizioni contro tre precise categorie di persone ritenute inaccettabili socialmente: coloro che negavano fuoco o acqua a chi ne faceva richiesta, coloro che si rifiutavano di mostrare la strada a un viandante e coloro che lasciavano insepolto un cadavere.

Poi, costituite  le società, si è iniziato a diffidare dello straniero, outsider della società e perciò “bandito”, nel senso di persona colpita da un “bando”, una limitazione della libertà di movimento. Con il Medioevo, insomma, il movimento delle persone diventa qualcosa che occorre controllare e limitare, tuttavia la prospettiva cambia quando il colonialismo divenne pratica “giusta e necessaria” per le nazioni europee per soddisfare il loro bisogni energetici e di accaparramento della ricchezza.

Ben presto però con il loro progressivo popolamento, le nuove terre non tardano a diventare anche la destinazione di esiliati, condannati, eretici ed oppositori politici, che pian piano si sostituiscono alle popolazioni indigene, di volta in volta combattute, sterminate o esse stesse deportate altrove, mentre, in una fase di oltre cinque secoli, dai paesi africani ed asiatici si giunge in Occidente soltanto in catene”.

In un fenomeno inverso, per ragioni di sopravvivenza, a cavallo fra Ottocento e Novecento, l’Italia ha visto espatriare milioni di persone in varie parti del mondo, emigranti mai guardati con simpatia da chi ci vedeva arrivare, poveri e bisognosi di trovare uno status di conservazione della vita per se stessi e per i propri figli.

Poi viene la seconda guerra mondiale a stravolgere ulteriormente gli assetti delle rotte migratorie, delineando una nuova figura di migrante: il profugo, che fugge da guerre e persecuzioni e, nello specifico, il profugo ebreo che fugge dal delirio nazista. Tale situazione vedrà, nella Convenzione di Ginevra, la nascita della figura del rifugiato.

Quando però il fenomeno di migrazione si è invertito e, come sta accadendo ai nostri giorni, in tanti giungono sulle nostre coste in cerca di speranza e sopravvivenza, la storia millenaria delle migrazioni dei popoli è stata cancellata e ignorata, l’egoismo e la diffidenza stanno diventando l’habitat naturale dei nostri comportamenti: cosa ci importa di loro? Vadano da un’altra parte! Muoiano in silenzio nel Mediterraneo e, se la comunità europea non riesce a trovare una soluzione al problema, noi ce ne laviamo le mani perché non possiamo sostenere economicamente l’arrivo di tanti disperati e soprattutto, non possiamo accettare che “ci rubino” il lavoro e godano di una “pacchia”, come l’ha definita il ministro degli Interni Salvini, che non vogliamo più consentire!

Incredibile che tante parole di odio provengano da chi, pubblicamente, si dichiara cristiano!   Peccato che il rispetto per un nostro simile non sia solo una scelta di fede, ma anche e soprattutto una scelta obbligata di civiltà e democrazia. Inutile negare che l’intera filiera del traffico di esseri umani coinvolge gruppi criminali di varie origini: nigeriani, magrebini, albanesi con il placet delle nostre mafie, tutti coinvolti in un sodalizio criminale che porta benefici a tutti gli attori coinvolti e favorisce il traffico di droga e guadagni su appalti e subappalti nella gestione dell’accoglienza, tuttavia è di esseri umani che stiamo parlando, nostri sfortunati simili vittime di violenze fisiche ed economiche.

Le operazioni di ricerca e soccorso nel Mare Nostrum continuano a essere al centro del dibattito pubblico e con esse il ruolo delle ONG (Organizzazioni non governative), preziose nelle attività di search and rescueSar – ovvero “ricerca e soccorso”, che solcano le acque del Mediterraneo ed accusate, soprattutto da diversi esponenti del centrodestra, di essere “taxi del mare” dal Nord Africa all’Italia, in attività di connivenza con i trafficanti di esseri umani sulla costa della Libia. Nel 2017, l’allora ministro Marco Minniti ha imposto la firma di un “codice di condotta” che prevede, fra le altre cose, il divieto di intervenire nelle acque libiche. A tale disposizione si è registrato il ‘no’ di Medici senza frontiere, rimasta attiva in collaborazione con Sos Méditerranée.

Dopo l’episodio della “Aquarius”, nave gestita dalle organizzazioni SOS Méditerranée e Medici Senza Frontiere, costretta ad aspettare il soccorso spagnolo per approdare a Valencia, dopo il rifiuto italiano al soccorso, oggi è aperta la questione della nave Lifeline, mercantile con a bordo 334 migranti e ferma davanti al porto di Pozzallo in attesa di un’autorizzazione ad entrare che non arriva.

Un odio ed una intolleranza dunque che crescono in spregio alla carità cristiana e civile, che provoca episodi come quello di Caserta durante il quale tre giovani italiani hanno esploso colpi di pistola contro due ragazzi di colore al grido:“Salvini, Salvini”! Che ha prodotto l’indifferenza nei confronti dei tanti ‘insepolti’ che giacciono nel Mediterraneo, una escalation che ricorda i tristi anni della caccia all’ebreo e che ha regalato all’umanità la tragedia della Shoah, un dramma nato dallo stesso odio per il diverso che si ripresenta, tristemente e pericolosamente, ai nostri giorni.