Sembra un assurdo, ma guardare l’Africa solo come continente sarebbe puerile ed ingenuo, il continente africano è, in qualche modo, il futuro dell’Europa. Un paese nel quale l’incremento demografico è particolarmente impetuoso e la cui popolazione è costituita in gran parte di giovani, tra meno di venti anni questa raddoppierà, superando quota 1 miliardo e 565 milioni.  Nella sola Africa subsahariana vivono oggi circa 962 milioni di persone. Tra meno di vent’anni, queste raddoppieranno superando quota 1 miliardo e 565 milioni. Dato ancora più interessante, la popolazione tra i 20 e i 39 anni, cioè i giovani in piena età lavorativa, passerà dai 278 a 481 milioni.

Cosa vogliono dire questi numeri? Semplicemente che questa massa enorme di persone, soprattutto giovani, volgeranno sempre più il loro sguardo ad un mondo che promette una reale prospettiva di vita, lontano da miseria, da regimi autoritari, da terrorismo, un mondo tutto sommato ormai molto vicino e che non sa e non vuole respingere tanti disperati perché la sua cultura non ammette crudeltà o indifferenza verso i bisogni umani.

E’ inevitabile, l’Europa e l’Italia devono fare i conti con l’Africa o, diversamente, sarà l’Africa a fare i conti con noi. Alzare muri, bloccare porti, fare leggi sui respingimenti, mandare soldati lungo i confini europei sarà probabilmente inutile; quando c’è la disperazione e soprattutto quando ci saranno tanti genitori che non vogliono per il futuro dei loro figli la disperazione e la deprivazione umana, economica e sociale, fermare l’esodo verso luoghi che promettono speranza sarà probabilmente impossibile.

«Mostrarsi generosi li spinge a lasciare l’Africa. Rendete più difficili gli ingressi», così si è espresso Bill Gates rivolgendosi recentemente all’Ue; nonostante il sostegno e l’apprezzamento espresso da sempre nei confronti dei paesi che si adoperavano per l’accoglienza, oggi Bill Gates sembra aver cambiato  idea e raccomanda all’Europa di favorire lo sviluppo locale dei paesi africani con “ingenti stanziamenti”.

Al di là di ogni forma di “terrorismo mediatico”, il problema degli sbarchi sempre più numerosi, soprattutto nel nostro paese, non consente di procrastinare oltre la ricerca della soluzione del problema,  questo flusso ha portato oltre 180 mila persone a sbarcare in Italia nel 2016, mai così tante. E 5.022 persone a morire attraversando il Mediterraneo, mai così tante.

Un flusso che continua ad aumentare a ritmi mai visti prima, nonostante Europa e Italia abbiano a più riprese cercato di contrastarlo siglando accordi, organizzando vertici, ipotizzando soluzioni. Secondo i dati Unhcr, tra il 1 gennaio e il 30 giugno 2017 sono sbarcate in Italia 83.731 persone.

Una diminuzione del flusso in Europa c’è stata nel marzo del 2016 a seguito di accordi stipulati con la Turchia che, a fronte di ingenti finanziamenti da parte dell’Europa al paese, hanno frenato il flusso migratorio fermando gli esuli nei propri campi, delocalizzando sostanzialmente la gestione dei profughi in arrivo in cambio di sei miliardi di euro. La soluzione però è stata solo provvisoria, la massa di persone che cercano di raggiungere l’Europa ha scelto poi rotte diverse, soprattutto quelle delle coste italiane.

Arrivano in Italia soprattutto uomini, il 75%, con una considerevole fetta di minori non accompagnati (il 15% degli arrivi), tante anche le donne in stato di gravidanza che vogliono far nascere i loro figli in terre diverse dalla propria. In molti casi i migranti arrivano sulle navi della guardia costiera o delle Ong impegnate nelle operazioni di salvataggio e vengono quindi smistati nei diversi porti del sud Italia. Da qui la polemica nei confronti delle Ong che sono state accusate di accordarsi con i trafficanti per la gestione dei migranti.

Ci sono poi persone, come quelle che provengono dal Bangladesh, che partono dal loro paese per raggiungere Tripoli e da qui imbarcarsi, contattando i trafficanti, per raggiungere le coste italiane.

E’ lecito chiedersi a questo punto quale possa essere la soluzione, ebbene l’unica strada percorribile sembra essere quella di una strategia di medio-lungo periodo, un progetto di più vasta veduta che guardi al continente africano come vero partner, non più solo donazioni, pur necessarie, ma l’Occidente deve trasformarsi soprattutto in fautore di politiche a lungo termine che, senza forme di sfruttamento a proprio vantaggio,  possano aiutare i paesi africani a meglio gestire, sia le risorse che le politiche locali, un piano che  trasformi l’Occidente da semplice “assistente” economico, a collaboratore attivo nella realizzazione di una visione più generale, che produca risultati concreti e freni l’esodo attraverso la costruzione, in loco, di strutture economiche in grado di soddisfare i bisogni della popolazione locale.

L’Europa e l’Occidente sarà in grado di realizzare questa “visione”? Tutto dipenderà dai diversi egoismi politici, economici e culturali che ancora imperano nel nostro continente, se saranno ancora loro ad avere la meglio sarà inevitabile che sia l’Africa a “ fare i conti” con l’Europa, a dispetto di qualunque inutile e interessata polemica politica localistica ed internazionale.