Con il 2016 il voto alle donne nel nostro paese celebra i 70 anni; presentata alla Camera una mozione che celebri l’anniversario e, con esso, le 21 donne “madri costituenti”  della nostra storia repubblicana.

Lunga la storia di un diritto oggi acclarato, ma per lunghi secoli negato ad una larga  fetta di umanità che, per ragioni culturali e tradizionali, non godeva di alcuna forma di rappresentazione, relegata al ruolo di madre, moglie e custode del focolare domestico.

Ovviamente l’anomalia della sottorappresentazione delle donne è stata più accentuata in Italia rispetto a tanti altri paesi al mondo, un fenomeno che trova le sue radici nel legame tra democrazia e cittadinanza; se democrazia vuol dire infatti “governo del popolo”, essa non può esistere senza una partecipazione attiva di tutto il popolo alle decisioni politiche.

Secolare il dibattito sulla cittadinanza, dal III libro della Politica di Aristotele fino alla “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino” della Rivoluzione francese, un percorso che neppure l’Illuminismo ha saputo definire a favore delle donne, continuando  a privilegiare  l’idea, radicata in una tradizione millenaria, che la donna fosse “per natura” inferiore all’uomo e avesse una funzione essenzialmente riproduttiva e domestica. Anche il più democratico tra i philosophes, Rousseau, negava autonomia alle donne, concepite in funzione meramente ancillare rispetto agli uomini («le donne sono al mondo per piacere e obbedire agli uomini»).

Esaltate e ingabbiate nel ruolo di mogli, madri ed educatrici dei futuri cittadini, lo spazio riservato alle donne è dunque stato tradizionalmente quello delimitato dalle mura domestiche. La “città era proibita” alle donne, i diritti politici loro negati. E’ pur vero che nei secoli “neppure gli uomini erano tutti uguali”, non lo erano i poveri, né i maschi analfabeti, tuttavia per essi, a differenza delle donne, la conquista di diritti civili sarà comunque oggetto di un più rapido accesso.

Memori del suffragismo dell’800 e 900, nel febbraio del 1945, si giunse alla fine all’estensione alle donne del voto sia politico che amministrativo. Successivamente Il diritto di voto alle donne fu introdotto nella legislazione internazionale nel 1948, anno in cui le Nazioni Unite adottarono la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Il suffragio femminile viene poi esplicitamente considerato un diritto nella “Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna” adottata dalle Nazioni Unite nel 1979.

Votare dunque, per le donne, ha significato ‘diventare cittadine’, non essere più suddite, né del potere politico che di quello familiare e cominciare a vivere la modernità e, con essa, la democrazia, nonostante c’è stato chi ha parlato del diritto conquistato come di una concessione più che di una conquista, di un “premio” alle donne per la loro partecipazione alla Resistenza, o addirittura un atto necessario alla propaganda elettorale e alla raccolta del consenso.

Alla votazione simultanea del 2 giugno 1946, sia per il Referendum istituzionale tra monarchia e Repubblica che per le elezioni all’Assemblea costituente, la presenza delle elettrici fu altissima, al sud e nelle isole l’elettorato femminile fu più numeroso di quello maschile. 21 le donne elette al Parlamento nel 1946, nove erano comuniste, cinque dell’UDI, nove democratiche cristiane, due socialiste. Cinque delle ventuno Madri Costituenti, Maria Federici, Nilde Iotti e Teresa Noce del Pci, Angelina Merlin (Psi) e Angela Gotelli (Dc), entrarono a far parte della “Commissione dei 75”, quella commissione incaricata dall’Assemblea Costituente di formulare la proposta di Costituzione da dibattere e approvare in aula.

E’ opportuno ricordare la presenza in Parlamento di Nilde Iotti, membro della Commissione Costituente dei 75, rimasta in carica ininterrottamente per 53 anni e diventando la prima Presidente della Camera donna.

E’ stata avanzata in questi giorni, da parte della deputata PD Sandra Zampa, una mozione per celebrare le 21 madri costituenti e ricordare l’ingresso delle donne nella vita politica e con esso il riconoscimento del diritto di voto, un diritto che il 2 giugno spegnerà 70 candeline. La mozione sarà discussa lunedì prossimo in Aula a Montecitorio.

Se è vero che la memoria di ciò che è stato è sempre la via maestra verso la costruzione di un futuro che abbia senso, il ricordo del riconoscimento del diritto di voto alle donne rappresenta un’occasione imperdibile per ribadire che il senso della nostra democrazia è riposto nel rispetto e nella valorizzazione delle diversità, siano esse razziali che di genere e che l’esercizio della cittadinanza assume valore e significato solo se pienamente condiviso.