26Il governo della Turchia, con decreto presidenziale,  ha deciso di ritirare la propria condivisione della Convenzione di Istanbul del 2011, accordo che precisa che la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani e obbliga i governi ad adottare una legislazione che contrasta la violenza domestica e gli abusi simili, come la violenza coniugale e le mutilazioni genitali femminili.

In essa si riconosce che la violenza contro le donne è una “manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi” e auspica un’ Europa libera da queste forme di violenza.

Nella Turchia di Erdogan, ormai fondamentalista e profondamente islamica, le donne sono tornate ad essere, nonostante le aperture ai pari diritti di genere sanciti già dal 1920 dalle riforme del padre della Turchia moderna:  Mustafa Kemal Atatürk, individui inferiori agli uomini. Secondo il Presidente della Turchia Erdogan : “Porre donne e uomini sullo stesso piano è contro natura. Uomini e donne sono stati creati diversi. La loro natura è differente. La loro costituzione è differente”.

Con una decisione che ha scatenato proteste ad Ankara, Istanbul e Smirne, il sottoinsieme femminile ha visto in maniera drastica anni di battaglie infranti e passati sotto silenzio, nonostante solo nel 2004 un aggiornamento all’art.10 della Costituzione ha ribadito che : “Uomini e donne hanno uguali diritti”, aggiungendo che “lo Stato ha l’obbligo di assicurare che questa uguaglianza esista nella pratica”.

Tante le donne che si sono date appuntamento in piazza per ribadire con forza il loro sdegno nei confronti della decisione di uscire dalla Convenzione di Istanbul, determinate, nonostante il pericolo di arresto, a rivendicare il loro diritto di esistere come cittadine e come individui portatori di diritti. Tutte hanno sventolato le bandiere viola della piattaforma turca urlando a gran voce: “ Noi fermeremo il femminicidio”!

Nei primi mesi del 2017, infatti,  sono state uccise in Turchia 365 donne. Nel 2018 il numero è cresciuto ancora, salendo fino a 440 femminicidi perpetrati da uomini secondo le seguenti motivazioni: volontà della donna di divorziare, decidere della propria vita indipendentemente o del futuro dei figli e rifiuto di un tentativo di riconciliazione con l’uomo.

L’Europa condanna la decisione turca e, per voce del Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Josep Borrell, ha dichiarato:“Non possiamo che rammaricarci profondamente e mostrare incomprensione nei confronti della decisione del governo turco di ritirarsi da questa Convenzione che porta persino il nome di Istanbul. Tale decisione rischia di compromettere la protezione e i diritti fondamentali delle donne e delle ragazze in Turchia. Inoltre, invia un messaggio pericoloso in tutto il mondo”. L’accordo è noto come Convenzione di Istanbul perché fu ratificato nella città turca e  perché, paradossalmente,  la Turchia fu il primo paese a firmarlo, quando già Erdogan era presidente.

In un momento di crisi economica e politica e in calo di consensi, per conquistare i voti dei conservatori, Erdogan fa uscire la Turchia dalla Convenzione di Istanbul sui diritti delle donne, il tutto cavalcando quel neo-ottomanesimo che trova le sue radici nella Turchia negli anni ottanta e nella figura carismatica di Turgut Ozal, personaggio che per primo cercò di rilanciare le ambizioni turche attraverso un deciso richiamo del passato imperiale.

Nei discorsi del Presidente c’è sempre dunque  un ritorno al ‘passato’ segnalato dai sempre più presenti riferimenti all’ex Impero Ottomano, lo stesso passato dal quale Atatürk aveva lottato per distaccarsi, un passato che cavalca la necessità della reintroduzione del hijab per le donne nei posti di lavoro statali, di perseguire le minoranze etniche e linguistiche oltre che religiose, i gruppi Lgbt e, dove apertamente ostili al governo del paese, i giornalisti da silenziare e a cui negare la libertà di stampa.

Emblematico atto  di questo ritorno al passato è stata inoltre la decisione di convertire la Basilica di Santa Sofia da Museo, come deciso nel 1934 da Ataturk, su pressione di un piccolo gruppo islamista,  in moschea per il culto islamico.

Molte le ragazze turche che per sfuggire al clima di medioevo sociale e civile decidono ora  di abbandonare il paese e trasferirsi altrove, come successo a Mine O, una ragazza turca di 32 anni che ha sentito la morsa del governo di Erdogan stringersi intorno alla sua vita, alla sua libertà, al suo futuro e si è trasferita in Germania, Queste le sue parole: “Molte ragazze come me scappano dalla Turchia. Soprattutto in Germania, in cerca di un futuro migliore. Un futuro lontano da una società che ci vorrebbe sempre di più chiuse in casa, nascoste dietro un velo e in silenzio”.

Dopo il tentativo di colpo di stato del 2016, la situazione politica e sociale è degenerata nel paese, Mine O racconta: “Dopo quel giorno per molte donne le cose sono cambiate: molte amiche hanno smesso di uscire la sera perché spaventate. Ci incontravamo sempre nello stesso luogo dopo una giornata di lavoro: poi, di colpo, molte hanno iniziato a presentarsi velate o addirittura hanno smesso di presentarsi. Il quartiere dove uscivamo non era più sicuro, ci sentivamo osservate da sguardi severi. Non era raro che gruppi di uomini ci chiedessero dove fossero i nostri mariti e cosa ci facessimo in giro da sole”.

Significativo il fatto che il figlio di Erdogan, Bilal, difenda le decisioni del padre mentre la figlia Summeye difende il Patto firmato nel 2011.

Le donne non sono uguali agli uomini. Il grande status che riserva loro l’Islam è di essere madri” ripete spesso Recep Tayyp Erdoğan, Presidente della Turchia al potere da circa 20 anni, una frase che fotografa esattamente l’attuale condizione delle donne turche, donne che hanno l’obbligo anacronistico e asociale di restare sempre e comunque un passo indietro.