Era un amico, uno di noi, affidabile e sempre disponibile.

Quando stavamo male, accorreva e già la sua sola presenza ci rassicurava e ci faceva sentire meglio. Non aveva bisogno di tanti  strumenti: le sua mani sapevano esplorare con sapienza e delicatezza. Non ha mai sbagliato una diagnosi, perché era esperto e profondo conoscitore della natura umana. Ci ha curato e guarito tutti, tante volte, il nostro caro medico di famiglia.
Con noi ragazzini era bonario e anche divertente, per metterci tranquilli, così se doveva osservare le tonsille o indagare il pancino non avevamo paura. Le sue terapie erano naturali ed efficaci.
Quando smetteva “l’abito” professionale, chiacchierava con noi e accettava un po’ di dolce che mia madre aveva preparato per lui.
Oggi abbiamo il “medico di base” che conosciamo appena…  Abbiamo la TAC; la risonanza magnetica; l’ecografia,  perché la scienza ha fatto progressi. Corriamo da uno specialista all’altro con la paura addosso, in attesa di risposte e già questo ci fa star male.
Il sereno, confidenziale rapporto col “dottore” non c’è più, per molti di noi, perché spesso si riduce da parte sua alla prescrizione di medicinali o accertamenti che altri ci hanno consigliato.
Una lunga attesa, insieme ad altri pazienti, in anonime salette, con riviste vecchie e polverose disseminate su tavolini scartati da qualche appartamento, per avere poi un incontro frettoloso. Poi, qualche parola, la ricetta, un “mi faccia sapere” e via.
Non è rassicurante, quasi non c’è il rapporto che deve legare medico e paziente, intimo  e unico. Si ha la sensazione di essere anonimi personaggi di una vicenda poco interessante. È triste e quasi deprimente. La figura del medico appare un po’  mortificata, forse meno stimata, certamente priva di un qualsiasi legame personale.
Caro dottore di una volta, sarà pure migliore la medicina, oggi, ma come curavano la tua saggezza e il tuo affetto non c’è paragone…