Il dolore, l’emozione, la rabbia, che l’attentato terroristico a Parigi hanno prodotto in noi, la pietà per i tanti morti del gesto, la voglia di reagire e di indicare con precisione le responsabilità di persone e di una cultura, di una ideologia e di una religione tanto diverse dalle nostre, sono tutte reazioni più che comprensibili.

La ‘stanchezza di credere, aspettare, rispettare, tollerare, comprendere’, anch’esse sono emozioni comprensibili ed umanamente accettabili, il rifiuto dei tanti morti innocenti fra i quali potevano trovarsi i nostri cari  – chi scrive ha avuto fino a pochissimi mesi fa una figlia che viveva e lavorava a Parigi nelle stesse zone dell’attentato -, è anch’esso un sentimento legittimo ed umanamente comprensibile, tuttavia noi, in questo spazio, più che delle vittime cadute nell’attentato, vorremmo parlare di altre vittime, di noi tutti, vittime  vere e designate.

Noi tutti siamo spettatori  in un sistema che si alimenta e si informa attraverso TV, internet, assorbe il mood emotivo generale causato dagli eventi che coinvolgono interi popoli ed interi continenti, siamo noi l’oggetto dei veri attacchi, più di quanti hanno perso la vita in modo tragico, noi che diffondiamo le notizie, che sosteniamo con hastag le informazioni circa l’attentato, che alimentiamo e viviamo, nostro malgrado la pauravero obiettivo del terrorismo.

Emotività:  obiettivo dei terroristi! Triste pensare che i terroristi misurino anche in base allo share frutto delle connessioni, l’efficacia del loro gesto. Il problema delle emozioni è però che influenzano il pensiero razionale, distorcendolo; le emozioni sono il primo nemico di chi vuole fare scelte razionali che possano produrre risultati concreti sulla propria vita.

Se l’emozione e la paura paralizzano il nostro pensiero razionale, cosa dovremmo fare allora per difenderci “in modo razionale” da quanto di tragico accade intorno a noi? Noi crediamo che la prima cosa da fare , in questo caso, è chiederci : “Cui prodest?”, “a chi giova?”. Gli atti tragici di cui sono stati protagonisti, giovano ai terroristi? Noi crediamo di no perché, al di là del dolore e della paura immediata prodotta, o dei buoni numeri del KPI della paura, hanno guadagnato solo il disprezzo e la condanna del resto del mondo, compreso quello musulmano. Forse giova ai governi che ottengono un’opinione pubblica ricompattata e impaurita, bisognosa solo di decisionismo e rassicurazioni dall’alto – un’opinione pubblica che diventa meno attenta ai problemi del lavoro, della giustizia sociale, della corruzione, ecc. – , a tutti coloro che speculano sul disordine politico e sociale e del caos presente nei paesi di origine dei terroristi, caos che  consente loro la giustificazione di rappresaglie militari da parte dei grandi e civili Paesi attaccati, che rispondono con altri morti innocenti nelle terre dei paesi “canaglie”, il tutto guadagnando loro grandi profitti.

Non vorremmo però dimenticare un’altra vittima innocente di questo ‘becero’ terrorismo che non conosce il valore della persona umana, ci riferiamo alle Comunità Islamiche, a quell’universo culturale e religioso che oggi proclama la sua vicinanza al popolo francese e condanna con sdegno e decisione un gesto che non appartiene né a loro né alla loro fede, un universo che però, inevitabilmente, viene additato come responsabile e perciò discriminato ‘ a prescindere’.

L’attacco di Parigi è sicuramente un’attacco all’umanità, una “guerra” come l’ha definita il Presidente francese Hollande,  ma esso è soprattutto un’aggressione al nostro mondo quotidiano, al nostro mondo di diritti conquistato con fatica e attraverso ai tanti che hanno dato la vita per essi, un mondo che oggi è impaurito, ma che non deve perdere l’uso della razionalità nella risoluzione di un problema, un mondo che deve saper andare oltre l’emozione e i sentimenti e deve saper ricostruire la propria serenità attraverso l’analisi di cause, responsabilità, ragioni storico-culturali e sociali, rispetto della diversità, ma anche rispetto delle leggi e del diritto.

La vendetta, il fare agli altri quello che hanno fatto a noi, cercare ed ammazzare l’ipotetico ‘capo’, non risolverà nessun problema – ricordiamo che la morte di Osama Bin Laden non ha risolto il problema dell’esistenza di al-Qāʿida – discriminare solo per un’appartenenza religiosa diversa, non paga e non è civile, più proficuo sarebbe “avere coraggio”, coraggio di esaminare e trovare con razionalità la soluzione del problema e, contemporaneamente,  chiedere alle comunità islamiche il coraggio di non coprire i terroristi e di combatterli con noi.

Ciò che ci deve apparire chiaro è che è in atto “una Crociata alla rovescia” , come aveva definito Oriana Fallaci l’azione dei terroristi responsabili dell’abbattimento delle Torri gemelle nel 2001, una crociata contro il nostro mondo di libertà e diritto, di legge , ma anche di tolleranza e rispetto del diverso, tutte idee che fanno ormai parte  nostro DNA e che non possiamo e non dobbiamo tradire facendoci trascinare da emozioni o paura.