king_yeah«I have a dream»: «Ho un sogno», queste le parole pronunciate dal reverendo Martin Luther King il 28 agosto del 1963 a conclusione di una marcia sui diritti civili a Washington. Sono passati cinquantadue anni da quel giorno, ma  dal 28 agosto 1963 l’espressione «I have a dream» e diventata un’icona universale delle rivendicazioni dei diritti civili, del rispetto delle persone a prescindere  dal colore della pelle o della sua radice etnica, di una società più giusta che veda ogni individuo come persona degna di rispetto. Eppure, dopo più di cinquanta anni, il tema dei diritti civili è ancora di grande attualità e spesso contraddice se stesso, specie oggi, alla luce dei tanti morti fra immigrati di ogni paese che, negli ultimi tempi, hanno deciso di dare una svolta alla loro esistenza decidendo di spostarsi, con intere famiglie al seguito ed a prezzo anche della vita, in paesi diversi dal proprio nella speranza di costruire, per sé e per i propri figli, una vita più degna e giusta.

La potenza del messaggio di King, affidato ai posteri, ha prodotto significativi cambiamenti nella lotta alla segregazione razziale e ad ogni forma di razzismo, esempio eclatante ne è l’elezione di un Presidente americano di colore. Le leggi di tanti stati occidentali moderni hanno affermato, con forza e convinzione, il principio di uguaglianza tra i cittadini  dei loro paesi, eppure, nonostante le buone e condivise convinzioni, è bastato che la società moderna producesse il fenomeno della immigrazione verso l’Europa, che sopiti e inaspettati rigurgiti di razzismi e ostilità, se non concrete violenze, si riaffacciassero in quegli stessi paesi con atteggiamenti di diffidenza se non di rifiuto.

La storia dell’umanità è colma di fenomeni di oppressione alternati a  momenti di emancipazione e rivendicazioni umane, ma la storia purtroppo difficilmente insegna, ecco allora che la cronaca ci racconta, quotidianamente e in modo angoscioso, le vicende di tanti sfortunati che attraversano il mare morendo a centinaia nella stiva di una delle tante navi negriere che partono dalle coste dell’Africa,  che cercano di attraversare un confine col filo spinato  o vengono lasciati sugli scogli di una riviera di frontiera, che si incamminano verso un paese ‘amico’ e vengono rinchiusi in centri per profughi spesso senza i più elementari generi di prima necessità, che muoiono asfissiati dentro un Tir e poi abbandonati come oggetti scomodi.

Dov’è allora il ‘sogno’ di M.L.King, ci chiediamo? Perché il diritto insito nel suo sogno troppo spesso si infrange contro interessi di parte e di bottega politica e finisce in fondo al mare, nel cassone di un Tir, di fronte ad un muro innalzato dall’odio e dalla paura del diverso, tra la fame e la disperazione di quanti non hanno più niente da perdere se non la vita?

Il Mahatma Gandhi affascinò M.L.King per la sua visione della resistenza non violenta, ma la resistenza di tanti profughi è al limite, come è al limite la capacità di accoglienza del nostro paese come di altri delle coste dell’Europa, ma sono anche al limite le tante storie di disperazione e di emarginazione che presto finiranno per produrre dimenticanza o indifferenza generate dalla quotidianità di esse.

Il discorso di King fu condensato in 16 minuti che hanno prodotto, diventando un simbolo,  gli effetti di mille discorsi di ore, un discorso tanto grande ed emozionante da diventare una sorta d’epitaffio per lo stesso King, ucciso da un proiettile sul balcone del motel Lorraine a Memphis il 4 aprile 1968.

Un uomo con tanto coraggio trovato nella disperazione e l’ingiustizia divenuta regola, ma che ha  saputo combattere con la non violenza;  ma l’ingiustizia è figlia di se stessa e produce spesso a sua volta ingiustizia, cosa accadrà allora, ci chiediamo, quando  tutti costoro che sono oggi vittime di prepotenza, sopraffazione, illegalità e vessazioni chiederanno alla nostra società il conto delle loro sofferenze?

«Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla Storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro Paese» disse Luther King nel suo discorso del 28 agosto 1963, ma noi cosa potremmo dire alle nostre generazioni se lasceremo che la tragedia giunga al suo triste epilogo senza aver concretamente fatto nulla per impedirla?

Qualche settimana prima del discorso di King,  John Fitzgerald Kennedy aveva pronunciato a Berlino il suo famoso “Ich bin ein Berliner”, parole di speranza per quei tempi bui oscurati dalla guerra fredda, parole che hanno lasciato il segno, ma che oggi, insieme al ‘sogno’ di M.L.King,  sembrano appartenere ad un mondo lontano, oggi infatti c’è solo una triste e amara cronaca di morte che, come la morte di King, noi speriamo che non generi la morte della speranza.