Il 16 marzo 1978 Aldo Moro, presidente del partito della Democrazia Cristiana, viene rapito in via Fani a Roma e i cinque uomini della sua scorta, i due carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci a bordo della Fiat 130 in cui viaggiava Moro e i tre poliziotti di scorta a bordo di un’Alfetta, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi, vengono trucidati da un commando delle Brigate Rosse.

Il politico democristiano resterà nelle mani dei rapitori per 55 giorni, i più misteriosi dell’intera storia dell’Italia repubblicana, sottoposto ad un processo da parte di un sedicente “ tribunale del popolo” istituito dalle Brigate Rosse, fino all’epilogo fatale, il suo corpo sarà ritrovato il 9 maggio a Roma in via Caetani.fotointro

Rievocare quegli eventi equivale, ancora oggi, ad addentrarsi in un ramificato tunnel di oscuri segreti e di domande senza risposta, tutti espressione di incofessabili trame ordite ai danni dell’Italia democratica.

Aldo Moro attraversa la stagione italiana degli ‘anni di piombo’, il periodo tra gli anni settanta e ottanta del ‘900 durante il quale il paese vive una esasperazione e un’estremizzazione della dialettica politica che si tradusse, troppo spesso, in violenze di piazza, nella lotta armata e nel terrorismo. Un periodo storico figlio di quella ‘guerra fredda’ internazionale che aveva portato alla contrapposizione di due “blocchi” politici e alla conseguente diffidenza fra le forze di diverso schieramento, al sospetto che accendeva gli animi e rendeva problematica la gestione del paese.

Proprio la ricerca di una soluzione che consentisse al paese stesso di tornare sulla strada della pacificazione socio-politica, convinse Moro della necessità di avviare un confronto e una collaborazione con il Partito Comunista dell’epoca, forza quest’ultima che aveva contribuito a dare vita alla Costituzione odierna, guidato  da Enrico Berlinguer, uomo di sinistra, ma convinto assertore della necessità di avviare una stagione di allontanamento dalle direttive russe e di promozione di quell’ “eurocomunismo” che, dopo la stagione pur condivisa delle scelte sovietiche del 1956 e dell’intervento contro la rivoluzione in Ungheria, avrebbe consentito al PCI di prendere le distanze da una linea politica che non condivideva più, per muoversi autonomamente sullo scacchiere politico italiano operando scelte autonome e divergenti dalla “madre Russia” e più consone alla realtà e ai bisogni dell’Italia.  enrico-berlinguer1

La scelta di quella politica condensata nella famosa teoria delle “convergenze parallele” attirò ben presto però, sulla persona dello statista democristiano che ne era l’artefice, l’irritazione tanto dei gruppi di estrema sinistra, contrari all’ingresso nel governo di forze di opposizione di sinistra , quanto della politica internazionale della Nato, contraria da sempre, fin dai tempi del piano Marshall, all’ingresso del partito Comunista nella compagine di governo.

Quella mattina di 38 anni fa, Moro si stava recando in Parlamento dove doveva essere presentato, per ottenere la fiducia delle due Camere, il nuovo governo di Giulio Andreotti,  figlio  di quel “compromesso storico” tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista che avrebbe portato, per la prima volta nel nostro paese, il maggiore partito di sinistra alla guida congiunta dell’Italia.

Eliminata sanguinosamente la scorta, Moro viene allora rapito e tenuto prigioniero per 55 giorni, fino all’epilogo tragico della sua morte e del ritrovamento del suo cadavere nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani. Subito dopo il rapimento, la politica italiana proclamò: “con i terroristi non si tratta”,  come riportato in un editoriale di Arrigo Levi, direttore de “La Stampa”,  decidendo, nello stesso tempo, di varare, con l’appoggio di tutti i partiti, una serie di leggi di emergenza che avrebbero dovuto fronteggiare, con durezza, il fenomeno terroristico.

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Moro era considerato un mediatore tenace e particolarmente abile nella gestione e nel coordinamento politico delle numerose ‘correnti’ del suo partito, ma fu anche assertore della necessità di un’alleanza con le forze di sinistra come unico mezzo per uscire dalla stagione degli “anni di piombo’’, le sue posizioni però, poco condivise dagli stessi membri del suo partito, lo relegheranno al ruolo di vittima designata, come denunciato successivamente da Ferdinando Imposimato, al tempo giudice istruttore della vicenda Moro.

Lo stesso Imposimato, indicando in Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e Nicola Lettieri  i responsabili italiani della morte dello statista  pugliese,  ebbe a dichiarare che : “ Se non mi fossero stati nascosti alcuni documenti, li avrei incriminati per concorso in associazione per il fatto. I servizi segreti avevano scoperto dove le Br lo nascondevano, così come i carabinieri. Il generale Dalla Chiesa avrebbe voluto intervenire con i suoi uomini e la Polizia per liberarlo in tutta sicurezza, ma due giorni prima dell’uccisione ricevettero l’ordine di abbandonare il luogo attiguo a quello della prigionia……Lo specchietto per le allodole si chiama Gladio”.

Gladio è stata l’organizzazione paramilitare clandestina italiana, promossa dalla Nato, per contrastare una ipotetica invasione dell’Europa occidentale da parte dell’Unione Sovietica e dei paesi del Patto di Varsavia, ad essa dunque, secondo quanto affermato dal giudice Imposimato, si deve il mancato salvataggio di Moro e la sua morte. L’esistenza di Gladio fu rivelata da Vincenzo Vinciguerra, ex membro del gruppo neofascista Ordine Nuovo e definita da Giulio Andreotti : “struttura di informazione, risposta e salvaguardia”.

La storica dignità e compostezza dimostrata da Aldo Moro durante la prigionia e documentata da alcuni suoi scritti inviati alla famiglia ed ai compagni di partito durante la detenzione, stride dunque con i ‘misteri’ che avvolgono la sua vicenda umana, come sempre accade quando una scelta disinteressata contrasta con i mille “bisogni particolari e interessati” che punteggiano la politica e la vita comune, il tutto testimone dei mille irrisolti misteri del nostro paese, tutti espressione di miserie umane e di endemica povertà di democrazia.

Ricordare questa vicenda è dunque quanto mai importante, infatti solo attraverso la memoria di ciò che siamo stati è possibile sperare di riguadagnare quella dignità di popolo che il paese ha perduto in quegli anni.